Le fate ignoranti 21 anni dopo

Le fate ignoranti di Ferzàn Ozpetek torna a far parlare di sé ventun anni dopo l’uscita del film. Dal 13 aprile, infatti, è disponibile la serie TV sulla piattaforma Disney+.

Anno 2001. Quando uscì il film, non esistevano ancora i social per come li conosciamo adesso, esistevano le chat, Mirc o Messenger, ma nessuna app che ci tenesse in contatto gli uni con gli altri 24 ore su 24. Internet si pagava al minuto.

Esistevano le telefonate, le vite sospese tra il “ci troviamo in piazza alle” e il ritrovarsi realmente lì, senza continui messaggi, telefonate o vocali. Era una vita di incontri, di sguardi e di realtà senza mezze misure.

Era l’anno dei primi gay pride nazionali, non più solo romani, della richiesta di diritti alle persone omosessuali.

Fu l’anno in cui il ministro della Sanità Veronesi aprì la possibilità alle persone omosessuali di donare il sangue. Prima non si poteva.

In questo contesto uscì Le fate ignoranti. Un film che fece molto rumore, una storia che irruppe nel contesto socio-culturale italiano e ci lasciò al cinema con un pugno nello stomaco e una fata ignorante nella testa a raccontarci quelle verità, nascoste, che esistevano, esistono, e vivono tra noi, irrompono nelle nostre vite e ce le ribaltano tutte.

La storia la conosciamo, credo più o meno tutti: Antonia perde il marito Massimo in un incidente stradale. Durante il lutto scopre che il marito la tradiva. Alla ricerca dell’amante, e della verità, scopre un mondo nuovo, di cui era completamente ignara e dal quale viene rapita, proprio come successe al marito, conoscendo Michele, l’amante, e la sua famiglia logica-non biologica cui appartiene, gli amici, gay, trans, etero, con cui ama passare le domeniche.

Era un film che apriva il sipario sulla comunità LGBT, il primo che faceva vedere una realtà vera, non stereotipata o macchietta. Oggi la storia narrata ci sembra più familiare, più “normale”, già assimilata.

Il telefilm, composto da 8 episodi, ripercorre la storia del film, ci ripropone gli episodi salienti, e va oltre. Ovviamente sono due epoche e due medium utilizzati diversi, questo non bisogna mai perderlo di vista. Uno è un film, l’altro è un telefilm, un contesto socio-culturale di uscita diverso dal 2001 e un media che permette scorci narrativi differenti dal film.

Sono due rotaie parallele che viaggiano a velocità diverse.

Quello che nel film viaggia su un filo di tensione che tiene alta l’emozione per due ore, che sembra irreale a volte per quanto viaggia veloce, nel telefilm prende un ritmo più naturale sull’elaborazione delle emozioni e nel viverle. La tensione che nel film era incentrata su giochi di sguardi tra i protagonisti, nel telefilm diventa poesia, magistralmente giocata in luci calde, in emozioni che si trasformano in atmosfera, quella vera, quella che respiri sotto un caldo sole romano.

Ozpetek si è divertito a giocare con i dettagli, mescolando le carte in tavola alla David Lynch, ma senza tutte quelle dietrologie tipiche lynciane. Ozpetek te li sbatte in faccia, così, con tale naturalezza che tutto quello che di dettaglio ci è sembrato importante nel film qui è solo un gioco.

Il dettaglio più importante è un altro, ed è il fil rouge che collega tutte le emozioni, i tempi e le storie che ruotano intorno ad Antonia e Michele. Perché in questo racconto prende spazio un personaggio, che nel film era secondario, diventando protagonista della storia, diventando il collante che fa funzionare tutto.

Se nel film gli attori si muovono autonomi nella trama, nel telefilm si muove tutto con una sincronicità e armonia unici, mettendo in atto una coreografia pazzesca tra gli attori in gioco. Le storie non si intrecciano, si muovono all’unisono a completare il profilo del nuovo protagonista di questa serie.

Ve lo svelerà Serra stessa fin dalle prime battute chi è questo nuovo personaggio, io di certo non vi spoilero.

E se alla domanda che mi sono posta inizialmente “ma serviva veramente un film di 8 ore che racconta la stessa storia del film?” la risposta è che non è la stessa storia, o meglio è la stessa ma con occhi diversi.

Ogni espressione, ogni micro espressione raccontano parti che non sapevamo nemmeno esistessero, frammenti che nella tensione del film si sono persi, o che rimanevano lì, fini a sé stessi, mentre qui si distendono e raccontano altre sfumature, diventano altro, emozioni al microscopio, grazie anche all’interpretazione degli attori.

Eduardo Scarpetta ricalca alla perfezione gli accenni di sorrisi storti di Stefano Accorsi, a volte il viso si sovrappone, per poi svanire e lasciare spazio all’interpretazione unica e personalissima di Scarpetta che irrompe, non solo con la mimica ma incarna l’emozione con tutto il corpo. Cristiana Capotondi approfondisce il personaggio di Antonia togliendo l’irrequietezza tipica di Margherita Buy e dandole una dimensione diversa.

Il corollario di attori che li circonda, e che crea quella sincronicità tra le parti e le narrazioni non è da meno, a partire dall’immancabile Serra Yilmaz presente nel film e impossibile da interpretare nella serie se non da lei stessa. Il cast è lungo e impossibile da citare, senza creare troppi spoiler della storia.

L’unica soluzione è vederlo, buttarvici a capofitto e fermare il confronto con il film.

Questo vi verrà naturale forse dal secondo episodio, quando la dimensione sarà palesemente diversa da quella del film.

Lasciatevi travolgere dalla poesia narrativa del telefilm. Spegnete il telefono, proprio come se foste nel 2001, e lasciate godere gli occhi di tutti i dettagli emozionali, ed emozionanti, della storia.

C’era proprio bisogno di una serie TV?

La mia risposta è sì, e attendo già la seconda stagione delle mie Fate ignoranti preferite.

Le fate ignoranti sono quelle che incontriamo e non riconosciamo ma che ci cambiano la vita.
Non sono quelle delle fiabe, perché loro qualche bugia la dicono. Sono ignoranti, esplicite, anche pesanti a volte, ma non mentono sui sentimenti. Le fate ignoranti sono tutti quelli che vivono allo scoperto, che vivono i propri sentimenti e non hanno paura di manifestarli. Sono le persone che parlano senza peli sulla lingua, che vivono le proprie contraddizioni e che ignorano le strategie. Spesso passano per “ignoranti”, perché sembrano cafone e invadenti per la loro mancanza di buone maniere, ma sono anche molto spesso delle “fate” perché capaci di compiere il “miracolo” di travolgerci, costringendoci a dare una svolta alla nostra vita.

Ferzan Ozpetek

Alessandra Collodel