Rivoglio i Matia, con Antonella Ruggiero

Il 30 aprile 2019 Agilulfo, quarantenne disilluso, scrive alla sua ex Arianna, tracciando un bilancio della propria vita. Sarà l’occasione per passare in rassegna, con sguardo lucido e disincantato, personaggi, storie, manie, feticci e speranze di un’epoca (gli anni Ottanta) che appare sempre più lontana, vissuta dall’angusta visuale del paese di Terrasicca.

S’impone una premessa doverosa, amici miei: se detestate i wall of text, se odiate i periodi lunghi e articolati, se pensate che gli avverbi dovrebbero essere aboliti dal dizionario, se giocate a fare i piccoli redattori contestando la fluidità narrativa e l’apertura di parentesi su parentesi dentro costrutti sintattici in cui regna una decisa ipotassi, ecco, fate una cosa, lasciate perdere: Rivoglio i Matia, con Antonella Ruggiero non fa per voi.

Se invece vi guardate allo specchio e vi scoprite semplici e onesti lettori, senza artifici o pregiudizi, allora accomodatevi e fatevi mettere in discussione da Dario Zizzo e dal suo Agilulfo. Agilulfo che fu coraggioso re longobardo, ma anche il cavaliere inesistente inventato da Calvino, con la sua vita ridotta ai sussulti scanditi da folli adempimenti burocratici.

L’Agilulfo di Dario è soltanto un uomo che ha tentato di esistere, senza la velleità di conquistare chissà cosa. L’unico suo rimpianto è quello di non aver più al suo fianco Arianna, che forse col suo filo d’amore lo avrebbe aiutato a orientarsi nel labirinto barocco dell’esistenza.

Perché è anche questo il romanzo di Dario, un libro barocco. Che farebbe storcere il naso ai puristi tiepidi di una certa forma neoclassica perfetta e asettica. E che pertanto, per coerenza con il precedente assunto, snobberebbero anche la bellezza di una cattedrale di Noto o di un antico palazzo di Lecce. Peccato, diremmo noi per loro. 

Barocco perché sovrabbondante e privo di un punto fisso su cui il lettore può riposare lo sguardo; barocco perché non offre consolatorie ancore di salvataggio; barocco come Blaise Pascal, secondo cui un uomo è una canna pensante sballottata dal vento e Agilulfo ne è fin troppo consapevole; barocco nella formalizzazione del testo, che Dario sa tenere in pugno con grande capacità affabulatoria e ironia, facendoti ora volare sopra un parapetto di citazioni su citazioni, ora su frasi che sembrano arcobaleni di cui intuiamo, ma non scorgiamo, la fine.

L’io narrante scandaglia gli anni Ottanta, li demitizza, li decostruisce, ce li fa intravedere come un decennio in cui tutti noi abbiamo sognato, tra i banchi di scuola, tra i fuochi fatui della TV e il racconto ha il gusto galeotto della nostalgia. Gli incontri della sua vita vengono passati ai raggi X e vedendo le piccole, grandi gioie e miserie di queste figure, anche noi ci riconosciamo in loro. Fino a condurci alle ultime quindici pagine, un vero e proprio coup de théàtre, inaspettato e ben congegnato.

Un’opera postmoderna nel senso più profondo del termine, che invita tutti quelli nati tra i tumulti degli shock petroliferi (ma non solo) a riflettere su quali siano gli ideali in cui hanno creduto davvero. E a domandarsi, con le parole di Gaber, se la propria generazione non abbia perso.

Christian Floris

In copertina, i Matia Bazar agli esordi, nel 1975, nella formazione storica; da sinistra: il tastierista Piero Cassano, il batterista Giancarlo Golzi, il bassista Aldo Stellita, il chitarrista e voce Carlo Marrale, e la cantante Antonella Ruggiero.