23 novembre 1980, io l’ho vissuto

Seduto sul letto parlo con la mia fidanzata di allora, improvvisamente la stanza sobbalza due, tre volte. Dall’altro capo del filo un grido: il terremoto! E lei interrompe la comunicazione.

Scoppio a ridere, ero convinto fosse stato il mio cane di allora, uno splendido Spaniel Breton, che si stesse grattando sotto la branda.

Entra mia madre: hai sentito che vento – mi dice – ero in bagno e tremava anche il water!

Mamma, le dico con condiscendenza e un pizzico di mal celata ilarità, è stata una scossa di terremoto. Lei mi guarda e scoppia a ridere: sul momento non c’erano presupposti per spaventarsi eccessivamente dato che a Roma, ogni tanto, un colpetto sismico arriva.

Era il 23 novembre del 1980, pomeriggio. Tra qualche ora avrei preso il treno che mi avrebbe portato in quel della Scuola Addestramento Reclute Aeronautica Militare (S.A.R.A.M.) di Taranto, ebbene sì: partivo per fare il mio anno di servizio militare.

Da casa alla stazione Termini tutto tranquillo, i TG si erano limitati a dare la notizia della forte scossa di terremoto avvertita praticamente in tutta Italia, con epicentro a Sud.

Solita bolgia infernale su tutte le banchine, trovo il mio treno e salgo nello scompartimento (lo ammetto viaggiavo in vagone letto, quelli ancora della Compagnia Internazionale de Wagon Lits. Meravigliosi e affascinanti). Il resto del treno era affollato di ragazzi tutti in viaggio verso le varie caserme sparse da Napoli in giù.

Tutto normale, il lungo convoglio parte addirittura in perfetto orario. La mia sarebbe stata l’ultima fermata prevista, quindi avrei potuto dormire a lungo e godere nel farmi cullare dal dondolio che, allora, ancora contraddistingueva i viaggi su rotaia. Ho sempre amato i treni e sto andando a fare il militare viaggiando su un letto comodo e coccolato dal capotreno che, gentilissimo, mi chiede se a colazione preferisco caffè, tè o cappuccino e una brioche. Caffè grazie, gli dico, e: a che ora saremo a Taranto? Oh, mi dice, tranquillo che ci vuole parecchio e arriveremo verso le otto.

Fischia il treno e il viaggio inizia. Finalmente solo verso un’esperienza che mi rimarrà tatuata nel profondo. Anche oggi, ormai sessantaquattrenne, mi piace ripensarci e a volte raccontare quei trecentosessantacinque giorni di utilissima “inutilità”.

Viaggia veloce il treno, potente e sferragliante sugli scambi e sui ponti in metallo. Ogni tanto canta col suo profondo fischio che si perde in lontananza. E io mi addormento accarezzato da quelle strane lenzuola bianchissime e un po’ rigide, scaldato dalla pesante coperta in dotazione. Profumo di treno pulito, lavandino con acqua calda e fredda, bottiglia d’acqua gentilmente offerta dalle FS, tovaglioli/asciugamani anch’essi bianchissimi e profumati. Che meraviglia di viaggio!

Sono sveglio dalle sei del mattino, del resto un po’ d’ansia c’è. Il treno si ferma, come previsto, alla stazione di Napoli. Aspetto che riparta. Sei e trenta, poi le sette e poi le otto. Niente, tutto tace e anche le luci delle carrozze si spengono. Mi affaccio dal finestrino poca gente sulle banchine e uno strano silenzio: sarà che è mattina, mi dico. Cerco il capotreno ma il vagone è vuoto, spento e muto. Una tristezza infinita.

Prendo la valigia e scendo avvolto in quella strana atmosfera da film dell’orrore, incontro un macchinista e chiedo cosa fosse successo. Mi risponde che il terremoto ha bloccato tutte le linee al di sotto di Napoli, quindi il viaggio termina qui. Trovo un telefono di quelli a gettone e faccio il numero di casa. Ciao mamma, senti io sono fermo a Napoli perché c’è stato un terremoto molto forte e… e cade la linea! Niente da fare, non si chiama più e mia madre è un’ansiosa da competizione. Immagino come si possa sentire, ma la situazione è quella che è.

A questo punto mi chiedo cosa devo fare: mi aspetta Taranto, sanno che devo arrivare insieme con tanti altri ragazzi, ma come? Esco dalla stazione di Piazza Garibaldi, gruppi di persone si accalcano intorno a una grossa voragine, donne che piangono. Un palazzo è venuto giù di schianto, solo polvere e mattoni e tubi sparsi in giro. Ci sono vittime? Chiedo. No, mi risponde serafico un signore che, con spiccata cadenza napoletana mi spiega che il palazzo era in costruzione e nessuno ci stava lavorando. E allora, perché tutti questi pianti disperati? Iii, giovanotto – mi dice – qui siamo a Napoli e questa è pura napoletanità!

Mi scappa un sorriso e vado avanti cercando di capire cosa accidenti devo fare. Alle mie spalle una voce: “Accattateve e foto d’o terremoto! Fresche fresche”. Napoli è qualcosa che non ha uguali!

Finalmente ho l’idea giusta e vado nella prima stazione dei Carabinieri che incontro, spiego la situazione e dopo dieci minuti ecco le soluzioni possibili: i treni da Napoli in su viaggiano, quindi la caserma di Taranto ha dato il benestare e chi vuole può tornare a casa e poi ripartire per Taranto dopo qualche giorno oppure, saltare su qualche pullman disponibile e viaggiare su strada fino a destinazione.

Tornare indietro o proseguire, mi chiedo. Proseguire, non c’è dubbio!

A notte fonda arrivo a Taranto, il pullman ha fatto lo slalom tra strade dissestate, voragini, crepe, muretti crollati ma è arrivato. Scendo davanti la caserma e dò il mio nome: Ettore Collini, studente di medicina. Mi acchiappano al volo insieme a un altro studente di medicina, in dieci minuti abbiamo la divisa e ci dicono di essere pronti a partire per le zone terremotate in qualsiasi momento.

Un paio d’ore e arriva il contr’ordine: si resta a Taranto che diventa zona operativa di smistamento degli aiuti.

La mattina seguente la realtà terribile, scioccante, ineluttabile si presenta in tutta la sua potenza: l’Irpinia è distrutta, i morti si contano a migliaia e noi marciamo nell’immenso piazzale in attesa degli aiuti che arriveranno: camper, roulotte, enormi camion pieni di giacche a vento nuovissime e abbigliamento. Tutte cose donate da sconosciuti che tali hanno voluto rimanere. Marciavamo, ma pronti a fare ciò che era necessario e indispensabile: entrare a fa parte della spettacolare macchina degli aiuti.

Grande esperienza, grande scuola. Un’esperienza incredibile che non sarà possibile dimenticare. E ne sono orgoglioso.