Vivere vegano, storie vegan

Settimana scorsa abbiamo capito cos’è il Veganuary.

Ma cosa significa essere vegano?

Il termine vegano è stato coniato nel 1944, quando alcuni membri dell’allora Vegetarian society, la più antica associazione vegetariana costituita fino ad allora, hanno insistito per inserire nello statuto della società anche l’esclusione di latticini e derivati degli animali nella dieta vegetariana. Rifiutata la loro richiesta, si staccarono dall’associazione per fondarne una propria chiamandola Vegan society. La parola vegano è il principio e la fine della parola vegetariano.

Ad oggi, quando si pensa ad una persona vegana, si pensa solamente al regime alimentare che viene seguito, ma il veganismo è una vera e propria filosofia di vita che ha una base molto più profonda della sola alimentazione.

Il principio fondamentale su cui si basa il veganismo è quello di “cercare di porre fine all’uso degli animali da parte dell’uomo per cibo, merci, lavoro, caccia, vivisezione e da tutti gli altri usi che implicano lo sfruttamento della vita animale da parte dell’uomo”.

Questo, ovviamente, include non solo il regime alimentare, ma anche altre parti della nostra vita pratica quotidiana, come il vestiario, la cura del corpo, le medicine a volte. Tutte quelle pratiche che, sfruttano e creano sofferenza sugli animali creando oggetti, cibo o merci in genere. Si pensi ad un capo di pelle o di lana, nei test verso animali rispetto a cosmetici o medicine, o ad un cuscino di piume o un giubbotto. Tutti oggetti e merci create causando sofferenza diretta verso un essere vivente.

A questo principio fondamentale sono stati poi aggiunti anche i principi di tutela ambientale, sociale, economica e sanitaria che lo sfruttamento animale consegue nell’attuale sistema industriale inerente a prodotti animali o testati su animali.        

Questi non sono concetti meramente moderni.
Nella storia, già dall’antica Grecia fino a tempi più moderni, si pensi a un Leonardo che liberava gli uccelli ai mercati, spiccano filosofie di pensiero molto simili alle attuali.

“Fintanto che l’uomo continuerà a distruggere gli esseri viventi inferiori, non conoscerà mai né la salute né la pace. Fintanto che massacreranno gli animali, gli uomini si uccideranno tra di loro. Perché chi semina delitto e dolore non può mietere gioia e amore”

Pitagora

Ho cercato di sondare le ragioni di questa filosofia di vita così profonda ponendo delle domande ad alcuni amici vegani, e la cosa che mi ha colpita di più son le stesse risposte e sensazioni ricavate da due persone diverse e distanti per le loro vite, ma così vicine rispetto a questo tema.

Stefano racconta: “Ho fatto questa scelta per una scelta etica nei confronti degli animali. Quando avevo 17-18 anni non volevo più mangiare animali morti, e poi pian piano ho continuato ad avallare la mia scelta non solo per la loro morte, ma proprio perché tutta la loro vita (degli animali allevati) era una tortura.

È stato un percorso di consapevolezza che pian piano ha invaso la sua vita e l’ha portata ad un cambiamento.
Consapevolezza invece che, per Valentina, è stata più veloce: “È successo tutto in un giorno, mi son comparsi questi video dei mattatoi, li ho guardati e mi son detta, ma perché. Mi sono svegliata onnivora, e ho buttato via tutto: a pranzo ero vegana. A maggio son 10 anni che faccio il veganuary” dice ridendo.

E la conclusione, per entrambi è la medesima “Siccome si può benissimo vivere senza causare quelle sofferenze e morti, è inutile continuare a causarle”.

Seppur le conclusioni ed il modo di sentire verso gli animali sia il medesimo, il punto di vista cambia un po’ sulla scena ecologica.

Valentina rimane più ferma sulle motivazioni originali del movimento, avallando le posizioni di antiviolenza e antispeciste in primis, per coerenza sul suo modo di vivere e sentire: “Non arrogarsi sulla vita degli altri usandoli nei propri prodotti, dovrebbe rimanere il focus principale del veganismo”. Visione che completa anche posizioni di una filosofia di non violenza su tutte le forme di vita e forme possibili, comprendendo dentro di sé movimenti antirazzista e femminista, perché la violenza è una e si trasforma in varie forme di dominio sugli altri.

Stefano invece si ritiene più elastico su alcuni punti in cui mette sul piatto della bilancia anche l’impatto ecologico/ambientale.
Quando ho scoperto quanta acqua viene consumata per produrre il seitan… lo evito, ne faccio a meno, o lo consumo molto poco. C’è chi pensa solo alla violenza animale, chi si avvicina al veganismo solo per questioni climatiche, ma non possiamo ragionare per compartimenti stagni, la società attuale è una società complessa e le scelte non sono così semplici. Ad esempio sulla questione dell’abbigliamento prima usavo solo capi vegani, ora ho capito che anche usare capi usati, anche se non vegani, è più ecologico. Non metto sul piedistallo l’animale o l’ecologia, a volte cerco di trovare quello che per me è il giusto equilibrio.

Il dibattito è molto vario e ampio per poterne discutere solo in un articolo, ma la sensibilità di entrambi porta a delle conclusioni che dovrebbero far riflettere tutti.
In primis portare consapevolezza di quello che sta dietro a ciò che mettiamo nel nostro piatto e consumiamo. Consapevolezza che con i mezzi di informazione a nostra disposizione oggi ha una possibilità molto più ampia di quella che poteva essere 80 anni fa, quando nacque il movimento, o di 30 anni fa quando iniziò a diffondersi anche qui in Italia.

Quanto vogliamo prevaricare le altre forme di vita per soddisfare un bisogno non necessario, e quanto vogliamo essere parte di un mondo consapevoli del nostro impatto su di esso?

“Non è solo coerenza quella che mi muove, ma anche un profondo senso di giustizia. Quello per cui mi batto sempre, per esseri umani, animali e per il pianeta”

Valentina
Sei vegano ma…

Alessandra Collodel