Ritorneremo?

Ritorneremo? È l’interrogativo che nasce dal desiderio di dare un senso trascendente alla nostra esistenza.

Dal taoismo ai grandi filosofi ermetici la parola reincarnazione ricorre come le onde del mare. Ritorneremo? Troveremo come nella favola di Pollicino la traccia, la scia che ognuno di noi lascia nell’universo? O il fiume dell’oblio cancellerà tutto e verremo cacciati dal luogo della consapevolezza, dalla coscienza? A che ci serve il ritorno se il buio avrà il sopravvento e se saremo condannati a non sapere?

Sia gli scienziati che i filosofi cercano di evitare questo tipo di ragionamenti e così facendo chiudono il cerchio della coscienza in spazi ristretti. Per la scienza vale solo ciò che si sperimenta, che si prova, vale la legge di causa/effetto. Dimenticando che in noi tutta la funzione della vita avviene al buio, nell’oscurità più totale, dove tra l’altro ha proprio origine la vita, cioè nell’utero, che viviamo perché una legge inesorabile ed unica continua incessantemente a prescindere dalla nostra consapevolezza a creare e a ricreare il nostro corpo. Noi veniamo incessantemente creati in questo istante. Quindi mentre nell’utero eravamo embrioni d’acqua, oggi siamo feti che navigano nell’aria, nella consapevolezza… come sempre l’occhio che guarda disincantato può conoscere. Solo lo sguardo libero, la coscienza purificata dalle convenzioni transitorie, può vedere il mondo com’è, e non come ce lo mostrano le religioni e la scienza. In genere non guardiamo quasi mai liberamente. Allora il mondo diventa appannaggio dei falsi profeti che parlano di separazione dal corpo, che raccontano di viaggiare al di là del tempo, che guardano le loro vite precedenti, scoprendo che sono stati dei re, dei guerrieri, principesse ecc…

Gli scienziati ridicolizzano tutto ciò e pensano che si cerca la reincarnazione perché si ha paura della morte. Pertanto la scienza che ha un solo punto di vista diventa arida e innalza il suo metodo a valore assoluto. Al di là degli aspetti formali, lo scienziato è cieco quanto il ciarlatano.

Il pensiero dell’eternità è dettato solo dalla paura? Oppure il cervello sà che da qualche parte, che fra le sostanze che circolano e si creano nei suoi circuiti neurali, c’è uno spazio eterno, una sostanza, una molecola intelligente, un evento indicibile che si affaccia su un principio indistruttibile?

Insomma sogniamo l’eternità perché è dentro di noi, perché ci appartiene, perché è strutturata nelle fibre della nostra carne. In questa visione la morte viene affinché “l’essenza” affermi la sua inviolabilità? Il suo senso dell’eterno?

Credo che la via per trovare le risposte sia racchiusa nel cuore di tutte le tradizioni: silenzio, digiuno, assenza di pensieri, mente vuota, osservazione. La consapevolezza è la via maestra per avere quello sguardo libero che ci salvaguarda dal diventare schiavi dei falsi profeti.

Se ognuno di noi sapesse percorrere la traccia, la scia che lasciamo dietro di noi, tutta la creazione si illuminerebbe.

È evidente che più scendiamo nelle nostre profondità, più acquistiamo consapevolezza. Occorre soprattutto mettersi in ascolto. Il mondo che vede la scienza appartiene alla superficie, per andare oltre si deve formare l’occhio che guarda dal di dentro, l’occhio che guarda le forze che ci abitano, il loro valore universale. Queste forze sono gli Dei… Nel silenzio si ascolta… All’inizio ci sembrerà di non riuscire a percepire nulla, ma continuando si scopre che possiamo diventare il continuum del mondo e la scia si rivela.

Maura Luperto