La capretta del signor Mordente

Un contadino viveva ai piedi di una montagna e possedeva un immenso podere che coltivava da solo, con l’aiuto dei suoi animali. Si chiamava Mordente, ma il nome tradiva la sua bontà d’animo, gentile e sempre premuroso verso i suoi animali, che ricambiavano come potevano il suo affetto. Il cavallo lo trasportava da un punto all’altro del podere senza mai stancarsi, la mucca gli offriva il suo miglior latte; perfino le api gli ronzavano intorno senza pungerlo e gli offrivano il miglior miele. Anche la natura vegetale, dal canto suo, lo ricompensava restituendogli i migliori frutti e ortaggi.

Un giorno, Mordente, decise di recarsi al mercato. Lì vide una piccola capretta in vendita, chiusa dentro una gabbia, con pochi centimetri di spazio in cui muoversi.

“Non si vergogna ?” – disse al venditore, rimproverandolo di maltrattare gli animali – “Quanto vuole per la sua capretta, la compro io!” – disse infuriato – “ da me avrà tutto lo spazio che merita!”

Se ne andò con la capretta sottobraccio e contento del suo acquisto, bofonchiando fra sé e sé: “Ma guarda che gente disumana esiste al mondo! Ci rinchiuderei lui dentro una gabbia dove non può nemmeno girarsi! La cattiveria umana non ha mai fine!”.

La portò a casa e le diede subito un pò di latte, piccola com’era. Ogni giorno la riempiva di coccole e la lasciava dentro casa, ma, quando crebbe, la mise fuori, nel recinto, un recinto grandissimo che quasi si perdeva a vista d’occhio.

“Qui potrai correre e saltare, andare da un punto all’altro del recinto e ripararti nella casetta che ti ho costruito quando sei stanca e accaldata” – le disse.

La capretta era felice e, quando il padrone rientrava dal mercato, lo accoglieva con effusioni d’affetto.

Ma il tempo passava e la capretta cresceva. Il recinto, per quanto grande, cominciava a starle stretto e la capretta, crescendo,  cominciava a porsi delle domande. Una sera, al rientro del suo padrone, lo fermò e gli chiese:

“Perchè non posso uscire dal recinto ?”

“Il recinto è la tua protezione e sicurezza, e anche per gli altri animali: serve per non fare entrare le bestie feroci” – rispose Mordente – “quando qualche bestia si avvicina il nostro cane Timmy abbaia e dà l’allarme, la nostra lince Mizzy schizza come un fulmine verso il malcapitato predatore, e, se non basta, io sono già pronto col fucile. Ma solo qui siamo al sicuro: se ci allontaniamo verso la montagna siamo in pericolo.”

“Cosa c’è in quella montagna?” – chiese ancora la capretta curiosa – “io vorrei andarla a vedere”

“Quella montagna è il pericolo principale da evitare, c’è un lupo feroce.” – rispose Mordente e continuò – “Avvicinarlo è morte sicura”

“Ma io sono forte, mi so difendere adesso, ho anche sviluppato queste due corna” – insisteva la capretta, chinando il capo e mostrando i due corni oramai ben sviluppati.

Il signor Mordente stava perdendo la pazienza e non sapeva più controbattere le sue domande, quindi prese una decisione: temendo che la capretta avrebbe tentato la fuga preparò una corda lunghissima che le permettesse comunque di muoversi ampiamente e la legò a un palo posto al centro del recinto.

“Lo faccio per te, per la tua salvezza, per la tua vita… non puoi capire adesso. Ho già perso un’altra capretta prima di te, per colpa della sua testardaggine, non voglio soffrire di nuovo. Lei lottò tutta la notte contro il lupo, prendendolo a cornate, lo ferì, ma alla fine, dopo poche ore dovette soccombere. Ed io non ho potuto far niente per salvarla” – concluse il signor Mordente.

Così, dopo averla assicurata al palo, aggiunse: “Un giorno mi ringrazierai”.

La capretta ogni giorno che passava era sempre più triste, a nulla servivano le suppliche al suo padrone: mai l’avrebbe slegata. Osservava la montagna all’orizzonte ogni giorno e sognava di correre libera su e giù per le valli, assaporava con la fantasia i fiori e l’erba fresca dell’altura, ma si ridestava legata a un palo con una corda che ogni giorno sembrava sempre più corta, in un recinto sempre più stretto.

Così le venne un’idea: cominciò a rosicchiare la robusta corda ogni giorno sempre nello stesso punto, senza farsi mai accorgere dal padrone. Riprese a mangiare e ad essere allegra come i primi tempi: viveva nella speranza di riuscire a liberarsi prima o poi. Il signor Mordente, pensò che si fosse ravveduta e che accettasse finalmente la sua situazione, e mai gli venne in mente di controllare l’integrità della corda.

Arrivò il giorno in cui la corda era al limite. La capretta attese la notte, mentre tutti dormivano diede un forte strappo, un altro, un altro ancora con la forza della disperazione: la corda finalmente cedette.

La capretta si mise a correre, correre, correre, saltò il recinto e via verso la montagna a gambe levate, veloce come il vento, felice come non mai. Il cane Timmy diede l’allarme, la lince Mizzy schizzò come un fulmine, ma si fermò al confine della proprietà, così com’era stata addestrata, anche perché non vi era alcun predatore in arrivo; il contadino prese un fucile si mise all’inseguimento, ma la capretta era troppo lontana, un puntino bianco nella notte che diventava sempre più piccolo.

Il signor Mordente allora si fermò e si mise a urlare a squarciagola: “Torna quiiiii sei ancora in tempo! ti pregoooo”

La capretta non si fermò, continuò la sua corsa instancabile verso la montagna finché… non si levò da lontano un lungo e lugubre ululato: era il lupo che, affamato, cominciò a discendere la montagna.

“Presto corri da me, oraaa!” – urlò ancora il signor Mordente

Istintivamente la capretta si fermò e stava per tornare indietro per salvarsi… ma pensò: “Se torno indietro sarò legata a una corda per sempre, e sarà certamente molto più resistente”.

Bastò questa riflessione di un decimo di secondo per fugare ogni indecisione e riprendere la corsa verso la montagna, sfidando il lupo che non tardò a presentarsi.

La capretta intraprese una dura lotta con lui, respingendo a cornate tutti i suoi attacchi, e infliggendogli profonde ferite, ma la fame, la forza e la resistenza del lupo ebbero ragione sulla combattiva, tenace e indomabile capretta. Al mattino, la capretta stremata, si abbandonò per terra oramai senza forze. Il lupo, ferito e zoppicante, si diresse verso di lei per sbranarsela.

Mentre aspettava la sua ora la capretta, senza alcun rimpianto, anzi, soddisfatta di aver resistito così tanto al lupo vincitore che si stava avvicinando con prudenza, pensò: “È la fine, ma meglio una notte libera in battaglia contro questo lupo che una vita prigioniera del signor Mordente nel suo orribile recinto a fare sempre le stesse cose intorno a quel palo della tortura… il lupo mi ha dato una chance… non ce l’ho fatta, ma presto correrò per le praterie del cielo e brucherò sempre erba fresca, mai più  nessuna corda, nessun famelico lupo e nessun padrone protettivo me lo potranno impedire.”

Poi, rivolgendosi al lupo: “Vieni lupo, hai vinto, mi arrendo”.

Sopraggiunse il contadino che quando vide i resti della povera capretta scoppiò a piangere e, colpevolizzandosi ancora una volta di non essere riuscito a salvarla, si rammaricava e si chiedeva ripetutamente: “Ma perché volevano sempre scappare? Da me avevano tutto, anche il mio amore!!!”

In tutta risposta, un angelo di nome Coscienza gli apparve davanti all’improvviso, destò la sua attenzione, e iniziò a parlargli. La sua risposta è anche la morale di questa favola:

“No signor Mordente, no. Non è così che si conquista l’amore del prossimo. Hai privato la tua capretta dello spazio, e, per quanto grande, una prigione è sempre una prigione. Ma cosa ancor più grave, ne hai fatto un oggetto di tua proprietà, l’hai privata della libertà di scegliere e lei, quando ha potuto, ha dovuto scegliere il male minore: il lupo. Quest’ultimo almeno le ha dato una speranza di libertà, tu l’avresti imprigionata per sempre. Lei è libera, adesso, pascola e corre nelle praterie del cielo, in un luogo senza lupi e senza padroni. Così, come voi uomini avete scelto il libero arbitrio per non affogare nella noia piatta e oppressiva del Paradiso, anche gli animali reclamano la libertà accompagnata dal fascino del rischio”

Come si dice? “Meglio un giorno da lupi che cento da capra”? Non è proprio così. Ma questa è un’altra storia.

Vincent

Scrittore, Musicista, Informatico

Tratto dal racconto n. 6 del mio primo libro “Le Favole di Vincent”