Intervista a Flavia Imperi, Beppe Roncari e Guido Anselmi

Ringrazio Flavia, Beppe e Guido per aver accettato il nostro invito e do loro il benvenuto da parte della famiglia de “Il Giornale delle Buone Notizie”.

Flavia e Beppe sono gli autori di “Numa Pompilio. Il figlio dei numi”, mentre Guido ha scritto “Romolo. Il primo re”. Coautore di tutti i libri che compongono la collana è Franco Forte.

Ciao Flavia, partiamo da te. Il lavoro di ricostruzione del periodo storico è stato sicuramente immane, vista anche l’evidente cura che avete rivolto anche ai più piccoli dettagli, dalla descrizione delle scene di vita quotidiana ai numerosi riti religiosi. Come vi siete preparati?

Ciao Claudia, bentrovata. Sia io che Beppe eravamo già amanti del genere letterario e della storia antica, anche per questo siamo stati entusiasti di far parte del progetto. Oltre a studiare parecchi volumi relativi alla Roma arcaica e al popolo sabino, in fase di documentazione siamo andati a visitare il più possibile musei e siti archeologici del Lazio, interrogando il personale e la gente del posto. In particolare, è stata illuminante la visita al museo di Fara in Sabina, dove l’archeologa Prisca Solaini di Progetto Investiganda è stata così gentile da rispondere a tutte le nostre domande sugli antichi sabini, mostrandoci incredibili artefatti come un lituo sabino in ferro antichissimo e perfettamente conservato, il trono di Eretum, ricostruzioni di Cures. I dettagli dell’ambientazione del nostro romanzo vengono soprattutto da ricostruzioni e ritrovamenti archeologici, oltre che dal lavoro di fantasia necessario per colmare i vuoti. Un’altra gita incredibile è stata quella sul monte Soratte, patria dei leggendari hirpi sorani, i sacerdoti lupo, un luogo sorprendente e ricco di mistero, di cui avremmo voluto parlare molto di più nel romanzo (e chissà che non lo faremo in altre storie). Anche il Lucus di Feronia è un sito archeologico meraviglioso, senza parlare del Palatino e di tutto il cuore arcaico di Roma. Essendo cresciuta nei Castelli Romani, luoghi come il nemus di Diana io li conoscevo già bene, ne ho respirato il fascino fin da bambina. Insomma, abbiamo approfittato della necessità di documentarci per immergerci in un periodo storico poco noto al grande pubblico, e siamo rimasti incantati dalla sua bellezza. Raccontarlo è stato un piacere, speriamo di avergli reso onore.

Ciao Beppe, a te chiedo: com’è stato vivere nell’VIII-VII secolo a.C. per il tempo necessario alla stesura del romanzo?

Grazie per la domanda, Claudia. Non è certo facile immedesimarsi nella vita di persone così lontane da noi nel tempo (quasi tre millenni) e anche nello spazio, se consideriamo i cambiamenti ambientali intercorsi da quell’epoca alla nostra. La Sabina e il Latius Vetus erano in larga parte terre selvagge, la popolazione era ancora all’età del bronzo e non esistevano né il concetto di urbanizzazione né quello di cittadinanza nel senso moderno del termine. Per immergerci in quel periodo storico abbiamo fatto tesoro delle evidenze archeologiche e delle nostre esperienze personali a contatto con la natura. Sia Flavia che io abbiamo avuto la fortuna di passare buona parte delle nostre vacanze d’infanzia (inverni compresi) in case rurali, dove il riscaldamento dipendeva dal camino e l’approvvigionamento di acqua potabile da fonti a volte anche molto lontane da “casa”. E un’altra esperienza che ci ha aiutato molto a immedesimarci per la scrittura di questo romanzo, questa volta dal punto di vista dei trasporti, è stato l’aver fatto entrambi il cammino di Santiago de Compostela a piedi. Per entrare nella mentalità leggere, leggere, leggere molto, e immaginare molto, sentire il sapore delle focacce di farro cotte in semplici forni di pietra, toccare le pareti delle capanne di argilla e paglia ricostruite nei musei, e come diceva Flavia, recarci di persona sul Monte Soratte, al Lucus Feroniae, alle Cascate delle Marmore… e ovviamente anche a Roma, sul Palatino, alla fonte di Egeria, nel Foro… cercando di tornare indietro nel tempo, strato dopo strato, come fanno gli archeologi. E a un certo punto ci sembrava di scorgere davvero le ninfe delle fonti, o gli inquietanti hirpi sorani nascosti dietro alberi che bruciavano ancora dall’interno giorni dopo essere stati colpiti da un fulmine… È stato magico.

Tu e Flavia avete raccontato la storia di Numa Pompilio, nell’ambito dell’ambiziosissimo progetto, coordinato da Franco Forte, di realizzare una collana sui sette re di Roma, a cui hanno partecipato ben quattordici autori. Beppe, come descriveresti quest’esperienza?

È stata un’esperienza formativa incredibile. Scrivere a più mani è già di per sé una sfida, farlo coordinandosi con molti altri autori, a partire dalle ricerche storiche e dalle scalette dei romanzi, è stato come sedere nell’antico senato romano, nel momento in cui nasceva il dibattito pubblico. I singoli romanzi sono anche molto differenti fra loro, e non potrebbe essere altrimenti, data la natura diversissima dei protagonisti che sono al centro di ciascuno, ma l’ambientazione, il sapore, l’atmosfera dovevano essere gli stessi, ed evolversi di romanzo in romanzo. La guida e il lavoro di editing e di coordinamento di Franco Forte, ideatore del progetto e coautore di tutti e sette i libri, è stato fondamentale soprattutto per rimetterci in careggiata durante la scrittura. Abbiamo avuto molta libertà creativa, ma era anche necessario un occhio d’insieme che desse uniformità a questo grandioso sforzo collettivo. Una cosa simile non era stata mai tentata prima. Siamo piuttosto soddisfatti del risultato. Il giudizio finale, però spetta ai lettori.

Ritorno a te, Flavia. Lavorare con il proprio compagno di vita non è facile, e credo che scrivere insieme lo sia ancora meno. Se siete sopravvissuti a questa esperienza, vuol dire che siete una coppia davvero solida. Com’è stato scrivere a quattro mani con Beppe?

Come coppia abbiamo dovuto lottare con molte difficoltà fin dal principio, vivendo uno a Torino e l’altra a Roma, ma la scrittura è sempre stata per noi un collante, la passione in comune che ci ha insegnato a essere una squadra e ci accompagna in ogni momento. Beppe ed io ci siamo conosciuti proprio tramite un concorso di scrittura, sono state le nostre storie a farci incontrare. Scriviamo molto spesso insieme, e se scriviamo “in solitaria” ci diamo comunque una mano, leggendoci a vicenda, scambiandoci pareri, consigli e idee. Funzioniamo molto bene, c’è una grande alchimia, e quindi scrivere a quattro mani ci viene abbastanza naturale. D’altro canto, a volte discutiamo proprio a causa della scrittura. Mettiamo entrambi molta passione nel nostro lavoro, quindi è inevitabile che talvolta ci si scontri sull’evoluzione di un personaggio, sulla scelta di un punto di vista o su altre scelte “artistiche”. In quei casi ci si confronta e si dibatte fino a quando non si trova la quadra, e alla fine si cerca sempre di prendere la scelta tecnicamente migliore. Quando si lavora in squadra, l’ego bisogna imparare a metterlo da parte, ciò che è importante è il risultato finale, la buona riuscita di un progetto, come è stato per il romanzo di Numa Pompilio. E questo atteggiamento, in fondo, fa bene anche alla vita di coppia! La scrittura è una palestra di vita.

Ciao Guido, a te chiedo: com’è stato scrivere a quattro mani con Franco Forte?

Ideata la struttura narrativa, come vi siete organizzati per la creazione dei dialoghi e la caratterizzazione dei personaggi?

Ciao Claudia, grazie per l’invito. Scrivere insieme a Franco Forte è stata un’esperienza molto intensa, come sempre accade quando un neofita ha la opportunità di affiancare un vero e proprio maestro. Dopo aver creato una scaletta dettagliatissima, io mi sono occupato della prima stesura, che ho spedito a Franco per la revisione, al termine di ogni capitolo. La versione finale è nata da un continuo rimaneggiamento, molte idee sono venute strada facendo, spesso consentendoci di introdurre svolte non inizialmente previste.

Concludo la nostra chiacchierata con te, Guido: oltre l’eroe Romolo, quali sono i personaggi ai quali sei più legato?

Essenzialmente due, Remo e Tarpeia.

Remo perché rappresenta il confine sottile tra il lottare con le proprie debolezze e l’arrendersi a esse. Avrebbe potuto essere un eroe positivo, ma non trova la forza di ribellarsi alle scorciatoie del potere.

Tarpeia incarna invece la sofferenza del non sentirsi amata, il dolore che spinge a vivere in un mondo di illusioni e ad accettare compromessi autodistruttivi.     

Vi ringrazio per la vostra disponibilità e soprattutto per averci fatto riscoprire e rinnamorare della storia dell’antica Roma.

Claudia Cocuzza