Intervista di Simona Soldano a Denise Antonietti

Simona: Innanzitutto Denise, cosa ti ha ispirato la storia di Trans-Sibérien?

Denise: Le mie storie partono tutte da un desiderio, quello di andare altrove, non solo nello spazio, ma anche nel tempo. Mentre scrivevo la prima stesura Trans-Sibérien (nel 2018) stavo cercando informazioni per fare davvero il viaggio da Mosca a Vladivostok appena avessi terminato l’università… poi ho dovuto rimandare i miei piani, ma mi sono presa la piccola rivincita di andarci lo stesso, in Russia, e nel periodo storico che volevo io. In fin dei conti, forse è stato ancora meglio!
Per il resto, il romanzo è stato un collage di passioni e curiosità che avevo accumulato nel tempo, tenute insieme dal filo conduttore dei personaggi e dal desiderio di scrivere una bella storia, leggera, felice, che facesse un po’ sognare.

Simona: I tuoi personaggi sono tutti dotati di grande fascino e descritti con sapiente ironia. Come ci sei riuscita?

Denise: Elise e Leroy sono amici di lunga data, ci frequentiamo da quando avevo suppergiù diciott’anni. Hanno incontrato me prima ancora di conoscersi tra loro, e da allora non hanno più smesso di importunarmi. Certo, Leroy sparisce per mesi e nessuno sa dove sia andato, ed Elise dimentica di spedire le lettere causando lunghi vuoti nella corrispondenza, ma non ci siamo mai persi di vista. Credo che sia molto più facile scrivere di qualcuno quando lo si conosce così bene; gli altri personaggi li vedo attraverso i loro occhi: è di Leroy il cinico sarcasmo con cui si prende gioco della polizia tedesca e del povero macchinista del treno, ed è di Elise la meravigliosa (direi a tratti invidiabile!) ignoranza delle più gravi questioni di attualità. Io trascrivo solo quello che loro mi raccontano, in un certo senso.

Simona: Quali sono i tuoi punti di riferimento letterari?

Denise: Ne ho molti. I classici, prima di tutto, sono i miei fari nella nebbia. Ammiro la prosa perfetta ed elegante di Victor Hugo, le sue descrizioni impeccabili; amo l’ironia di Dickens e l’incredibile creatività di Jules Verne. E poi naturalmente Simenon, Agatha Christie, Conan Doyle, Poe, Stevenson, Garcia Marquez, Manzoni, Puskin, Byron… la lista sarebbe interminabile. Devo tantissimo a tutti gli scrittori che ho letto da piccola, che mi hanno aiutata a costruirmi un gusto e delle solide basi su cui bilanciarmi quando scrivo.
Leggo anche i contemporanei, naturalmente, ma devo ammettere molto meno: ho talmente tanti classici da “studiare” che mi avanza poco tempo!

Simona: Quale libro ti piacerebbe aver scritto? E quale film ti piacerebbe aver diretto?

Denise: Domanda difficile. Risponderei: qualsiasi libro che mi abbia fatto piangere un po’ il cuore quando sono arrivata all’ultima pagina. Ma se proprio devo scegliere un libro nella sua totalità allora direi Cent’anni di solitudine, per l’uso straordinario che Marquez sa fare della lingua, e per la sua fantasia paradossale.
Film? Midnight in Paris. Allen ha fatto un lavoro strepitoso, avrei voluto almeno esserci. Ricordo che quando lo vidi uscii dal cinema camminando a un palmo da terra, e sedetti con la mia amica su delle scale per aspettare che passasse anche per noi la carrozza che portava alla Belle Epoque. Ah, e poi c’è The Artist. Avrei incontrato monsieur Jean Dujardin, e già quello sarebbe stato un buon compenso. Se Richard Leroy dovesse mai essere interpretato da qualcuno, vorrei che fosse lui.

Simona: So che hai fatto una lunga ricerca storiografica per il tuo romanzo e in effetti le descrizioni degli ambienti e dei luoghi sono molto accurate. Ce ne vuoi parlare?

Denise: Mi piace mettere un po’ di realtà in tutte le storie che scrivo. C’è sempre almeno un dettaglio, un personaggio, un’ambientazione realmente esistente. Nel caso del 1935 è stato abbastanza facile, vi sono per l’Europa decine di fotografie storiche disponibili in rete, e basta un po’ di accuratezza nella ricerca per non commettere errori grossolani. I problemi sono cominciati quando sono arrivata in Russia: cercando in italiano e in inglese non si trovava quasi niente di quello che a me occorreva. Così mi sono messa a imparare a leggere il cirillico, seppure in maniera rudimentale, e effettivamente sono riuscita a reperire molte più foto d’epoca delle stazioni e di Mosca cercando in russo. Ricordo in particolare che per prepararmi a scrivere la scena del Circo devo aver impiegato qualcosa come due giorni, non per la difficoltà della scena in sé, ma perché il Circo Salomonsky ha cambiato faccia ed è stato alternativamente aperto e chiuso non so quante volte nel corso del secolo scorso, e io volevo essere certa che al momento dell’arrivo dei nostri eroi fosse attivo. Nessuno probabilmente se ne importerà un accidenti, ma dovevo avere la coscienza a posto.

Simona: I tuoi fantastici protagonisti Elise e Richard hanno in programma di tornare, non è vero?

Denise: Loro scalpitano. Inizialmente erano molto timidi ad uscire allo scoperto, ma ora ci stanno prendendo gusto. Scalpitano al punto che ci sono più storie che tempo per scriverle! Esiste già un prequel, scritto molti anni fa, che racconta come si siano incontrati e come Elise sia finita a vivere in Europa, e poi le avventure che hanno vissuto dopo essersi nuovamente incontrati in Trans-Sibérien.

Di recente mi è arrivata una cartolina da parte di Elise con un francobollo della Tanzania, ma si è dimenticata di scriverla prima di spedirla. Mi tocca aspettare delucidazioni da parte di Leroy, che spero mi spiegherà cosa diamine sono andati a fare laggiù… In modo che io possa raccontarlo a voi!