I sette Re di Roma: Anco Marzio. L’ultimo sabino

Sinossi.

Anco appartiene a una delle famiglie sabine più in vista di Roma: suo nonno era il leggendario re Numa Pompilio, e suo padre è il prefetto urbano, una delle figure più vicine al re Tullo Ostilio. Ma questo non basta a difenderlo da una famiglia su cui aleggia la violenza e non lo mette al riparo dal tradimento delle persone più care. Un’infanzia che lo segna profondamente e lo trasforma in un uomo gelido e astuto, capace di prevedere le mosse degli avversari e farli inciampare nelle proprie debolezze. A suo modo, però, Anco ha ereditato la saggezza e la religiosità del nonno Numa: lo disgusta la follia di Tullo Ostilio, la sua ostinata e blasfema opposizione agli dei, che attira la loro furia sull’Urbe. C’è una sola via per salvare Roma: conquistare il potere. Per farlo, Anco è disposto a ricorrere a ogni espediente, persino all’inganno nel nome degli dei. È così che sarà acclamato re, portando a compimento l’antica profezia. Tra le sue mani Roma diventerà una potenza economica e militare, l’oggetto del desiderio di nemici sempre più pericolosi.

Recensione

Con un macigno sul cuore, ho da poco lasciato Numa Pompilio sul letto di morte, accompagnato nel suo ultimo viaggio dall’amore della sua vita, la ninfa Egeria, e da loro figlia, Pompilia. Insieme a loro, un bambino, figlio di Pompilia e di Numa Marzio: Anco. Il piccolo riceve dal nonno un medaglione su cui sono incisi i volti delle divinità Janus e Janua. Numa sorride, prima di chiudere gli occhi per sempre: quel bambino è la sua freccia scagliata verso il futuro di Roma.

E adesso ritrovo Anco Marzio, con al collo quel medaglione, che nasconde da sguardi indiscreti tramite una copertura di cuoio.

Lo incontro bambino, durante il regno di Tullo Ostilio, e mi fa una gran tenerezza.

Non è un’infanzia felice, quella di Anco Marzio. Il padre, prefetto urbano, è un uomo dalla doppia personalità: ineccepibile agli occhi della società, è capace di cattiverie e violenze inaudite tra le mura domestiche, nei confronti della moglie, dei figli e degli schiavi. Roso dalla cupidigia e dalla sete di potere, non riuscirà a sedere sul trono di Roma nonostante i delitti di cui si macchia per raggiungere lo scopo.

Gli dèi hanno indicato chiaramente chi sarà il successore di Tullo: un discendente dei Marzii, ma non lui.

Il predestinato è suo figlio Anco.

Il tema del doppio è fondamentale nella storia di Anco: come il nonno era devoto a Giano e al suo essere bifronte, anche lui lo è, sebbene l’impressione che ne ho avuto è che per Anco più che di “devozione” si possa parlare di “ossessione” e l’epilogo me ne ha dato conferma: Janua e Janus, Egeria e Anco.

Anco cerca con tutto sé stesso di portare a compimento la missione intrapresa da Numa Pompilio: vorrebbe un regno di pace ma gli eventi lo portano da una guerra all’altra ‒ Roma si sta espandendo, ingloba popoli con culture diverse e deve anche difendere i propri confini ‒ mettendo in evidenza agli occhi del popolo la differenza tra il quarto re e il predecessore, il sanguinario Tullo che si faceva beffe delle divinità; riesce a realizzare il ponte sul Tevere, tanto importante per lo sviluppo commerciale dell’Urbe, così come il nonno lo aveva sognato; dà un sostanziale contributo allo sviluppo urbanistico della città; cerca di ripristinare il valore che i culti religiosi avevano perso durante il regno precedente e che invece avevano caratterizzato quello di Numa.

Anco consacra la sua vita a Roma, ponendola sopra ogni cosa.

Roma viene prima dei suoi stessi figli, tanto da arrivare a dire: “Un re non ha figli”.

Questo è il re Anco Marzio.

Ma l’uomo? Chi è Anco Marzio?

Qui ritorniamo al tema del doppio.

Anco è un sovrano, abituato al confronto quotidiano con la gente, ma spesso si allontana nel cuore della notte e attraversa i boschi alla ricerca della solitudine, o meglio per ricongiungersi all’altro sé stesso.

Anco è infastidito dal contatto fisico ‒ il tema della sua omosessualità sta sullo sfondo della narrazione, mai esplicitato ma palpabile ‒ eppure vorrebbe essere in grado di abbracciare e baciare.

È il suo rammarico in tante occasioni: quando perde la piccola Marzia, quando gli tocca dire addio alla seconda moglie Camilia, e infine quando lui stesso si rende conto di essere giunto al capolinea e vorrebbe essere capace, almeno in quel momento, di accarezzare Tito e Agrippa, i suoi figli.

Anche le persone da cui è attratto rispondono al criterio del duplice.

Corvo e Camilia: il suo amico di sempre, verso il quale prova attrazione fisica e che è al suo fianco per tanti anni, nonostante i dubbi sulla sua fedeltà, e la sorella, la vestale che Anco sposa sebbene per l’epoca sia già considerata “attempata”. Perché lo fa? Potrebbe avere chiunque, anzi, dovrebbe sposare una ragazza in età fertile per dare un erede al trono. Anco vuole Camilia perché somiglia terribilmente al fratello e nella sua mente ricompongono l’unità, proprio come Janus e Janua.

Anco non si lascia andare alla lussuria, al dire il vero il sesso è un’incombenza di cui farebbe volentieri a meno, ma nel corso di questa storia troviamo un’eccezione: Pulla e Pico. Gemelli. Femmina e maschio. Anco ne è ossessionato, finché non decide di allontanarli per non impazzire.

Anco è un personaggio complesso, difficile da decifrare, le cui decisioni sono spesso in grado di turbare il lettore, ma alla fine non puoi non amarlo, proprio perchè tutto quello che è e tutto ciò che fa dimostrano la sua fragilità.

La ricostruzione storica è coinvolgente, ciò che mi ha colpita è stata la descrizione minuziosa delle battaglie, e ve lo dice una che non ama particolarmente il genere: la sensazione è quella di ritrovarsi sul campo insieme ai soldati.

La lettura è scorrevole, nonostante sia corposa, ricca di avvenimenti e a volte cruenta, ma sempre al fine di rendere la scena vivida e realistica, e quello che adoro di questa serie è che ogni libro può essere letto singolarmente ma, se li leggi in ordine, riesci a trovare in ognuno i collegamenti al successivo come in una saga familiare.

E lo so che tutti e sette i re di Roma sono morti da un pezzo, ma non ci posso fare niente, anche quando Anco se n’è andato, con accanto il fidato Mezio, non sono riuscita a non piangere.

Adesso state pronti: Tarquinio Prisco è già lì, i suoi servi lo hanno avvisato che Anco è morto e non vede l’ora di prenderne il posto.

Claudia Cocuzza