Assaporare i tempi lenti: la magia della transumanza

Ci si ritrova alle prime luci del mattino in cucina, ancora assonnate, gli uomini sono già in stalla, Veronica e io mettiamo il pentolino del the e la moka sulla stufa a legna, in attesa che riescano a rientrare almeno un minuto per la colazione. Si guarda il cielo in cerca di capire cosa riserverà il meteo in questa giornata. Sono stati giorni di preparativi all’insegna del diluvio universale, forse oggi la pioggia ci darà tregua per la partenza, ma nessuno osa dirlo, per scaramanzia.

Alla spicciolata, durante la mattinata, iniziano ad arrivare auto nel piazzale, da alcune scendono persone che chiedono informazioni: sono qui per la transumanza, vogliono provare anche loro l’emozione di camminare con noi e i nostri animali. Da altre auto scendono gli amici di sempre, che da anni fanno questa esperienza o che gestiscono a loro volta aziende agricole o malghe. A ognuno viene scrupolosamente misurata la febbre, questo è un anno strano, quello del Covid e delle mascherine, ci teniamo a far tutto in sicurezza.

In malga ora sono tutti in piedi. Come una squadra ormai rodata, ognuno sa cosa bisogna fare prima della partenza, nessuno è fermo, tutti sono in fermento.

Si iniziano a disfare le camere e si mandano a casa le coperte e i vestiti utilizzati nel periodo estivo. In cucina si preparano succulenti panini imbottiti di formaggio di malga e di soppressa, la caffettiera borbotta a ritmo incessante.

Inizia a esserci un bel via vai, arrivano anche dalla pianura le teglie con il mitico pasticcio della signora Berica, che servirà a sfamare tutta la ciurma prima della grande partenza.

Ognuno come in un grande formicaio sta facendo la sua parte: chi controlla che non manchi nessun animale all’appello, chi va a disfare i recinti, chi aggiusta il trattore che fa i capricci nel momento meno opportuno, chi sella i cavalli, chi attacca le ultime campane al collo degli animali prescelti.

Gran parte del lavoro delle campane è stato fatto il giorno precedente: è un compito che spetta a pochi eletti, bisogna essersi meritati questo onore sul campo, guadagnandoselo negli anni.

C’è anche chi si inoltra nel bosco a cercare il piccolo pino che sarà posto sul collare della capobranco, colei che prenderà subito la testa del gruppo e la manterrà fino alla fine, incoraggiando le altre al rientro a casa. Il pino verrà adornato con fiocchi tricolore, una tradizione quasi sacra.

In sala mungitura si lavora sodo, gli animali devono partire leggeri, arriva il camion con la cisterna che porterà il latte alla Centrale: lo vediamo arrivare dalla finestra della cucina e ci affrettiamo a uscire con due grandi pentole per rubare un po’ di quel nettare bianco: servirà per preparare la tradizionale cioccolata calda per l’alba del giorno successivo.

Arriva il momento, gli animali scalpitano nel pascolo, il furgoncino con i lampeggianti e due cavalli si sono preparati per aprire la fila all’inizio della strada, si schiude finalmente il recinto di filo spinato: partono prima gli esemplari adulti, più grandi e lenti e dopo poco partono le manze e le piccole Rendene, più minute e veloci. Gli animali sanno bene che stiamo tornando a casa, molti di loro di transumanze ne hanno già fatte tante.

C’è un gran vociare, le campane risuonano per la valle: alla partenza regna il caos. Un caos che presto però diventerà armonia.

Sistemi complessi, sincronizzazione: si parte come mille individui diversi e camminando si diventa un unico grande organismo, tutto prende lo stesso ritmo: le nostre gambe, le loro zampe; le nostre voci, le loro campane.

Si torna a casa ragazze!

La discesa nel bosco ci regala panorami mozzafiato, ci riempiamo gli occhi di questa bellezza, sarà importante trattenerla nell’anima per superare la stagione invernale. In questa nuova era in cui tutto è incerto, ci servirà questa bellezza per sopravvivere.

Si arriva alla prima tappa, gli animali si dissetano, noi ci prepariamo per entrare in strada: si indossa il gilet catarifrangente, si preparano le torce, ci si mette una giacca in più. Si parte nuovamente, si discendono i tornanti, da qui il tramonto è magico.

Transumanza, “trans humus”, attraverso la terra: credo esistano poche parole così belle e profonde.

Mentre il tramonto e le campane assorbono ogni nostro pensiero si arriva a valle, iniziamo a camminare in piano verso Marostica, la gente fa capolino per le strade e nelle case.

A bordo strada c’è un ragazzo, ha avviato una video chat, vedo nello schermo una donna seduta sul divano, forse la compagna, che, emozionata, guarda passare i nostri animali. Una transumanza in diretta in video chat. Il passato che si incontra e forse si scontra col futuro.

Mentre vengo rapita da questa strana immagine, quasi teletrasportata nei miei pensieri filosofeggianti, mi passa vicino correndo una grossa Frisona dalla faccia bianca, vuole superare tutti, va di fretta. Veronica e io ci guardiamo: “È Panda, chi vuoi che sia, se non lei, a fare casino?”

Panda. Sì, perchè tutti questi animali hanno un nome: chi lavora e vive con loro ogni giorno conosce la personalità e le caratteristiche di ogni soggetto. Animali questi tra i pochi fortunati che possono ancora vivere gran parte della loro esistenza assaporando pascoli montani, aria pulita e vita di branco.

Non sono numeri, hanno un nome.

Sorrido pensando a questo, mentre do una carezza al muso di Pesca, la grande Bruna Alpina dal manto del colore del frutto di cui porta il nome. Assomiglia anche un po’ alla mammuth dell’Era Glaciale. Si, Pesca è proprio il nome adatto.

Arriviamo finalmente a Marostica, ormai è buio, si foraggiano tutti gli animali nel grande recinto preparato in Campo Marzio.

Si ripartirà a notte inoltrata, la strada è ancora lunga, viaggiamo di notte per evitare di intralciare il traffico, incontreremo i soliti camionisti e qualche raro automobilista, che passerà l’intero giorno seguente a chiedersi quante birre possa aver bevuto al bar con gli amici la sera precedente. Non gli sembravano tante, eppure è sicuro di aver avuto una visione: una mandria di duecento animali in fila sulla carreggiata!

“Mah, devo smettere di bere!”, credo blaterino questo in auto tornando a casa.

Ci si ferma a far riposare gli animali un’ultima volta, poco prima dell’alba, si dorme dove capita, nei sacchi a pelo messi a terra, in auto, chi ai piedi del proprio cavallo. Veniamo svegliati da una cioccolata fumante e da un’alba emozionante. Stiamo arrivando a casa! Pochi chilometri ancora, il saluto del Sindaco entrando a Gazzo e poi finalmente vediamo i prati di casa.

Siamo sfiniti, ma pieni di energia. Gli occhi rossi di stanchezza e di emozione. Anche quest’anno è andata, tutti a casa sani e salvi.

Una colazione abbondante ci aspetta e poi ci si saluta con la malinconia che ogni fine transumanza porta con sé.

Ci chiediamo ogni anno se tutta questa fatica abbia ancora un senso. Potremmo caricarle in un camion e averle a casa in poche ore. Ma noi amiamo ancora assaporare i tempi lenti, quelli del passo dei nostri animali, quelli del caffè che sale nella moka sulla stufa a legna. Ci vuole di più, ma il sapore è mille volte più buono.

Potremmo caricarle in camion, è vero, ma diremmo addio alla magia della transumanza e un mondo senza magia, secondo noi, non varrebbe più la pena di essere vissuto.

Elena Chiarentin

Transumanza dell’Azienda Agricola Sambugaro di Gazzo Padovano, partita dalla malga Girardi di Conco, Asiago. 220 bovine, 5 cavalli, 55 chilometri, un giorno e una notte di viaggio, decine di persone al lavoro: questi i numeri di una transumanza portata avanti da ben 5 generazioni!

Angelica Sambugaro