La favolosa storia della Pantarbe

Il sofista greco Filostrato (175-249 d.C.) nella sua opera “Vita di Apollonio di Tiana“, descrive una pietra veramente favolosa: “Poiché è la pietra che attrae tutte le altre pietre e le unisce, dovete vederla e ammirare le sue proprietà. La più grande è della dimensione dell’unghia del pollice. La si trova nelle cavità della terra, a quattro braccia di profondità; è tanto piena di vento che fa gonfiare la terra, e la presenza di questa pietra induce spesso alla formazione di fenditure. Non la si può cercare, svanisce fra le mani, a meno che la si prenda con dei trucchi. Noi siamo gli unici a poterla estrarre, grazie a certe cerimonie e formule. Il suo nome è “Pantarbe”. È tanto brillante e scintillante che la notte dà luce come il fuoco, e durante il giorno acceca gli occhi con i suoi mille riflessi. Questa pietra possiede una forza di attrazione incredibile: attira a sé tutto ciò che le sta vicino. Che dico, ciò che le sta vicino? Potete gettare le pietre dove volete, in un fiume, nel mare, lontane le une dalle altre; se orientate la Pantarbe verso di loro, le attrarrà e le chiamerà tutte a sé, e le vedrete sospese vicino a lei a formare come un grappolo, uno sciame d’api.

La pietra era famosa nell’antichità. Molti autori antichi, che la qualificano come “calamita dell’oro”, le attribuiscono la proprietà di attrarre questo metallo da distanze prodigiose, mentre altri la trasformano nella matrice di tutte le altre pietre preziose. Eliodoro (III secolo d.C.) afferma nelle sue “Storie etiopiche” che questo pietra permette a chi la possiede di padroneggiare l’uso del fuoco e ricorda, inoltre, che protesse Cariclea dal furore della vendetta di Arsace, regina d’Etiopia.

IL “GRAND ALBERT
Il Medioevo è caratterizzato da leggende e pratiche esoteriche. In questo periodo venne scritto il più famoso dei testi esoterici: il Grand Albert, il suo autore fu Alberto Magno. Il testo contiene un completo lapidario di pietre meravigliose, la cui natura e identificazione “sta solamente nelle mani degli iniziati”.
In questo testo si legge che la pietra Médor, il cui nome deriva dal paese dei Medi, un’antica popolazione asiatica, è utile per curare la gotta e per fortificare la vista. Gettando una pietra médor nella sua varietà nera in acqua calda, le mani di chi si laverà in essa saranno ustionate, e chi la berrà morirà nonostante qualsiasi tentativo di strapparlo alla morte.
La pietra MEMPHITE, originaria della città egizia di Menfi, rende insensibili al dolore.
La pietra ISTMO, di colore giallo zafferano, rintracciabile nella regione dello stretto di Gibilterra, è piena di vento, basta sfregarla su un tessuto perché diventi incombustibile.
La pietra JUPERE della Libia protegge gli animali dai cacciatori e dai loro cani.
La pietra OPHTALME, rende invisibile chi la indossa, togliendo momentaneamente la vista a chi sta loro accanto.
La pietra ABASTON, proveniente dall’Arabia, ha il colore del fuoco e se la si afferra, non si estinguerà mai.

IL CARBONCHIO
È la pietra regina di tutti i lapidari fantastici, per secoli è stata considerata una pietra favolosa che brillava nell’oscurità come un carbone acceso. Le leggende più antiche identificano nel carbonchio la pietra meravigliosa che i vecchi draghi tenevano fra i denti quando la loro vita cominciava ad affievolirsi. Altre leggende affermano che Noè teneva un carbonchio sull’arca per illuminarla e anche la lampada magica di Aladino aveva come fonte di luce un grande carbonchio.
Si raccontava che il Gran Khan aveva fatto installare, sopra una delle colonne d’oro della sua stanza, un carbonchio di 10 centimetri che illuminava la stanza come se fosse pieno giorno.
Nella Bibbia, la pietra ardente che l’angelo prese dall’altare con delle molle e con cui segnò le labbra di Isaia perché espiasse le sue colpe (Isaia 6,6-7) è identificata come un carbonchio, poiché oltre alla sua luminosità, le virtù della pietra erano quelle di allontanare gli spiriti maligni, proteggere dal fuoco e curare le malattie fisiche e psichiche.

Maura Luperto