Il Generale del Giudizio

Augusto, un militare pluridecorato, giunge alla sospirata pensione alla tutt’altro che veneranda età di soli 50 anni. E’ un uomo ricco, vive da solo, con un maggiordomo e moglie al suo servizio, in una villa grande, ripartita su due livelli e un piano semi-interrato. E’ un uomo molto vanitoso e pieno di sé, ma fondamentalmente buono e gentile.  Adesso che è in pensione può dilettarsi con le sue passioni: il giardinaggio, la lettura e, soprattutto, la cura del suo aspetto.

Non deve occuparsi di alcuna faccenda domestica: pensa a tutto Alberto, il maggiordomo: la casa,  i conti, il tè delle 17, la cura del giardino, i cani, le pulizie domestiche. Franca, la moglie del maggiordomo, è una bravissima  cuoca. Pensa alla colazione, al pranzo, alla cena, quindi all’approvvigionamento alimentare quotidiano. Augusto non ha moglie né figli, ma tante avventure mondane, motivo di vanto quotidiano a voce alta davanti allo specchio:

  •  Non mi mancano bellezze, non mi mancano ricchezze, son Generale, che mi manca?

Così solitamente il rituale si ripete ogni mattina davanti allo specchio,  mentre si rade, poi la sera prima di coricarsi, compiaciuto del suo aspetto, nonché  della sua altolocata posizione sociale.

Ma, da quando Augusto è in pensione, la frequenza degli incontri ravvicinati con la sua immagine riflessa cresce a tre, quattro, cinque e più volte al giorno. Non solo: spesso coinvolge il povero maggiordomo ad assistere alle sue sfilate domiciliari di eleganza.

  • Come sto, Alberto? Sembro ancora un giovincello?
  • Generale, voi siete e sarete sempre un giovincello! – risponde rassegnato Alberto per compiacere il suo datore di lavoro

Rimirandosi e ammirandosi davanti allo specchio, cambiandosi continuamente d’abito, richiama ogni volta l’attenzione di Alberto, distraendolo dai suoi compiti. Una sera in cui il Generale la tira in lungo più del solito, Alberto, spazientito ma contenuto, gli fa notare:

  • Generale, perdonate, ma sono già le sette del pomeriggio e avrei tante faccende da sbrigare: devo stendere i panni, stirare le vostre camicie,  servirvi  la cena. Poi…
  • Nessun problema Alberto, stasera ceno fuori, con una gentildonna e tornerò molto tardi. Quindi ti lascio la serata libera. Adesso dimmi: è meglio la cravatta a farfalla o il collo sbottonato?

Alberto, dopo l’ennesimo  paziente consiglio, va a ritirarsi nel suo alloggio al piano terra, dove vive con la moglie.  Nei pochi momenti di libertà di cui gode si affretta a indossare una cuffia con la musica ad alto volume per non ascoltare il solito bombardamento vocale del piano di sopra dove il Generale  ripete incessantemente la sua filastrocca:

  • Non mi mancano bellezze, non mi mancano ricchezze, son Generale, che mi manca?

Alberto, comincia a non tollerare più il narcisismo esasperante del suo datore di lavoro, ma nella sua posizione di servitore non gli è permesso redarguire o criticare apertamente. La musica in cuffia gli concede quella mezz’ora di relax per disintossicarsi dello stillicidio cui è quotidianamente sottoposto, anche per sei, sette, fino a dieci volte al dì. Avvilito, confida il suo grande disagio alla moglie Franca che da tempo lo vede tetro e angosciato, mangia e dorme sempre meno. È impensabile cambiare casa, comporterebbe cambiare datore di lavoro, il che significherebbe perdere agi e privilegi, e l’età per la pensione è ancora lontana. Preoccupata per il marito che sta imboccando la strada della depressione, coltiva un embrione di soluzione:

  • Marito mio, non possiamo cambiare casa, ma possiamo cambiare “la” casa! – gli sussurra all’orecchio destro, allontanando temporaneamente l’auricolare
  • Che vuoi dire Franca? – ribatte Alberto, sorpreso, interrompendo l’ascolto e togliendosi la cuffia
  • Voglio dire, caro marito, che il bagno dove Augusto si specchia ha bisogno di una ristrutturazione totale! Che ne pensi? – gli sorride strizzandogli l’occhio
  • Penso che tu stia tramando un piano meraviglioso, moglie mia, e, conoscendolo, saprei come convincerlo. Fuori l’idea!

Alberto ritiene l’idea buona e praticabile, così in breve tempo riesce a convincere il Generale, puntando sulla sua consumata vanità: uno specchio più grande, dei sanitari più eleganti e pregiati,  faretti a luce diffusa verso l’alto per una piacevole  ricaduta luminosa nell’ambiente, infine una presa d’aria ben occultata onde favorire il ricambio dell’aria senza penalizzare l’estetica.

Augusto, preso dai suoi impegni mondani, dai suoi hobby e, non in ultimo, dalla cura esagerata della sua persona, non sovrintende i lavori, così non potrà accorgersi della piccola variante operata dal furbo maggiordomo ispirato dalla geniale moglie: un tubo viene collegato al canale di presa d’aria del bagno che comunica con il bagno dell’appartamento di Alberto e moglie al piano terra. Qui è ben mimetizzato  da uno sportello in tinta con la parete e ben occultato da un portaoggetti.

I lavori vengono presto ultimati e la comunicazione ben mimetizzata fra i due bagni funziona perfettamente: aprendo lo sportellino, maggiordomo e moglie possono ascoltare tutte le sonorità biologiche del bagno al piano superiore, nonché le decantazioni vanitose del Generale; sportellino chiuso, silenzio. Augusto adesso potrà entrare nel bagno appena ristrutturato e godere delle innovazioni apportate: nuovi sanitari extra lusso, nuove luci, tinteggiatura azzurra alle pareti che sfuma sul bianco verso il luminoso soffitto. Due file di potenti faretti led ai lati illuminano trasversalmente il soffitto che restituisce la luce ben diffusa verso il basso, risaltando il blu marino delle mattonelle che circondano l’ambiente a mezz’altezza. Dulcis in fundo: un grande specchio frontale sovrasta il lavabo restituendo un’immagine riflessa a mezzo busto.

  • Generale, a voi l’onore! – esclama Alberto, aprendo lentamente la porta del bagno, invitando il Generale Augusto a  verificare di persona l’opera per lui confezionata in veste ultimativa e pronta per l’uso
  • Alla buon’ora, Alberto – risponde Augusto, curioso, tono risoluto e impaziente – vediamo questo capolavoro, che mi è costato un patrimonio, se…

Si sofferma davanti alla porta, rimane senza fiato e a bocca aperta, senza riuscire a completare la frase, mentre  Alberto lentamente si allontana per fare spazio, sorridente, soddisfatto, braccio teso e mano aperta, capo lievemente reclino in segno di rispetto.

  • Che meraviglia, Alberto! Questa è un’opera d’arte, oltre le mie più ottimistiche aspettative! Sono senza parole…  Mai visto un locale così accogliente e luminoso! Non sembra un bagno, ma una piccola reggia! Sei… sei… un eroe, non potrò ringraziarti mai abbastanza!
  • Troppo buono Generale, e vi posso dire anche che grazie alle luci led si ottiene una maggiore e completa illuminazione a consumi drasticamente inferiori!
  • Alberto! Ti sei meritato una bella vacanza con tua moglie. Eccoti le chiavi della mia villa al mare. Ci vediamo fra  una settimana. Buon divertimento!

Alberto si congeda con un inchino di ringraziamento e scende due piani per raggiungere la moglie al seminterrato che prepara il pranzo.

  • Hai sentito tutto, moglie cara?
  • Forte chiaro, marito mio, curando di non fare alcun rumore in bagno  al piano di sopra, altrimenti mi avreste sentito! Ho capito bene? Andiamo in vacanza?
  • Sì! Così potrò disintossicarmi dalle sue vanterie e non dovrò sentirlo per sette giorni. Adesso, col bagno nuovo sarà più gasato che mai!
  • Dai, Alberto! In fondo è un brav’uomo, ci paga bene ed é pure riconoscente. Preparo i bagagli e partiamo!
  • Si, vero, ma avrà una bella sorpresina al nostro ritorno, per il suo bene e… il nostro!

La coppia va verso il mare a consumare la breve, ma meritata vacanza. Una settimana, più che sufficiente per rilassarsi e per mettere a punto i dettagli del piano ideato e studiato.

Al rientro, decidono di far trascorrere un’altra settimana prima di attuare il piano, settimana in cui Alberto dovrà assecondare  un rinnovato vanitoso Generale, adesso più entusiasta che mai, più che per il bagno, per il grande specchio che riflette in toto la sua personalità. Più di prima Alberto è sottoposto a richieste e consigli davanti al grande specchio:

  • Guarda Alberto: quest’abito non ha dei colori nuovi che ci sfuggivano prima che facessi installare queste luci?
  • Sono macchie, Generale, adesso risaltano di più!
  • Macchie? Orrore! È  così che controlli i miei vestiti? Lo sai che quando c’è anche la più piccola ombra devono essere portati in lavanderia?
  • Certo Generale, avete ragione. Provvederò istantaneamente a…
  • Ma dai, Alberto, sto scherzando! Lo so che non ci sei stato per una settimana e non potevi! Sempre pronto ad addossarti la colpa, eh? Adesso indosserò tutti gli abiti e verificheremo dentro questo bellissimo bagno la presenza anche della più piccola macchia! Al lavoro dunque!

Un sorriso forzato, dopo aver deglutito amaro, scolpisce il volto di Alberto, costretto a compiacere comunque il suo vanitoso datore di lavoro, mentre si gongola  davanti allo specchio, passando al setaccio macchie talvolta inesistenti, ripetendo a mo’ di  cantilena la sua filastrocca preferita:

  • Non mi mancano bellezze, non mi mancano ricchezze, son Generale, che mi manca?

Solo il sapore della piccola vendetta attenua il livore di Alberto che, anzi, sorride sornione mentre ammucchia i vestiti da portare in lavanderia e pensa fra sé e sé:

  • (Non facevamo prima a portare in lavanderia tutti i vestiti? La sua vanità unita alla sua pignoleria lo stanno peggiorando! È ora di intervenire, non possiamo indugiare oltre!)

Son passati sette giorni e, a mezzogiorno della domenica, il Generale rientra con una mezza dozzina di abiti nuovi.

  • Alberto! Mi aiuti a vedere questi abiti che ho appena acquistato al Centro Commerciale? Sai, tutti i miei migliori abiti sono in lavanderia e non posso stare senza, nemmeno per un giorno!

Alberto  immancabilmente accondiscendente annuisce e, con una consumata ipocrisia, adula il suo datore di lavoro:

  • Non poteva fare scelta migliore, Generale! Aspettate qualche minuto che vado a sistemare nell’armadio questi che ha già provato ed ecco gli altri. Vi raggiungo subito!

E mentre Alberto si allontana, Augusto, tronfio, ripete l’odiosa filastrocca:

  • Non mi mancano bellezze, non mi mancano ricchezze, son Generale, che mi manca?

Ma una voce gutturale inaspettata quanto misteriosa sussurra in tutta risposta:

  • Il giudizio, Augusto, il giudiziooooooooo!

La voce sfuma verso il silenzio. Augusto impallidisce. Si guarda intorno. Nessuno. Poi esclama:

  • Alberto sei tu?
  • Un momento generale – urla Alberto due stanze più in la, mentre ripone i nuovi vestiti nell’armadio, quindi si dirige alla volta del bagno – mi avete chiamato, Generale?

Augusto deduce che non poteva essere Alberto da così lontano, la voce che ha sentito era fin troppo vicina e strana.

  • No scusami, Alberto, avevo sentito una voce… pensavo fossi tu… me lo sarò immaginato… tu hai sentito niente?
  • Sentivo solo voi mentre recitavate la vostra bellissima poesia, null’altro, Generale!
  • Va bene, va bene, scusa. Non poteva esserci nessun altro, infatti. Torna pure all’armadio

Alberto si congeda con il solito inchino e, allontanatosi alla giusta distanza esplode in una insonora risata, quindi riprende a sistemare i vestiti nell’armadio. Il generale tira un sospiro d’incoraggiamento e riprende la recita:

  • Non mi mancano bellezze, non mi mancano ricchezze, son Generale, che mi manca?

E rimane in attesa per qualche secondo. Niente. Ma il suo momentaneo sollievo viene frustrato dalla voce che inesorabile e più roboante di prima con un tono da oltretomba ripete:

  • Il giudizio, Augusto, il giudizioooooooooooooooo!

Un brivido assale Augusto che rimane impietrito davanti allo specchio, incapace di proferir parola. In quell’istante giunge Alberto, gli si avvicina silenziosamente alle spalle con un vestito in mano:

  • Generale…

Augusto sobbalza, si gira di scatto urlando spaventato, come se avesse visto un fantasma, gli si avventa contro. Alberto sobbalza a sua volta indietreggiando. I due cadono a terra e si ritrovano faccia a faccia distesi sul pavimento, Augusto sopra e Alberto sotto, abbracciati. Un po’ imbarazzati,  faticosamente si divincolano e si rialzano aiutandosi a vicenda e si ricompongono. Alberto, un po’ spaventato dalla sua reazione, cerca di tranquillizzarlo:

  • Generale… che vi succede? Volevo solo dirvi di provare a indossare questi altri due vestiti mentre vado a riporre gli altri che avete già provato… siete pallido… ma… state bene?
  • Alb…  Alberto…  mio fedele maggiordomo e amico… hai s… s… sentito? La vo… la vo…
  • Di nuovo la voce, Generale? Ma le garantisco che non c’è nessuno, stavo venendo da voi, aspetti che controllo…
  • N… no… Alberto, fermo, credo che sto impazzendo.
  • Ma che dite Generale! Voi siete la persona più stabile e sobria di questo mondo… forse un soffio di vento…
  • No, no, Alberto – ribatte Augusto rialzandosi – l’ho sentita benissimo, stavolta! Una voce profonda, vagamente femminile… a proposito. Tua moglie dov’è?
  • Credo sia uscita, Generale, a quest’ora dovrebbe essere a fare la spesa, e dovrebbe rientrare da un momento all’altro per cucinare e…
  • Andiamo da lei, vieni!

Risoluto il Generale trascina con se il maggiordomo verso il pianoterra, ove alloggiano Alberto e Franca. Entrano e constatano l’assenza della donna. Proprio in quell’istante un crepitio di chiavi e subito dopo il cigolio di una porta che si apre annunciano il rientro di Franca, con due pesanti pacchi fra le mani.

  • Alberto… oh, Generale, anche voi qui. I miei rispetti! Ecco, ho fatto un po’ più tardi del solito, ma adesso preparo subito il pranzo e…
  • Tranquilla, Franca, è tutto ok, fai con calma. Ero sceso soltanto per un piccolo controllo. Noi torniamo su – conclude il Generale congedandosi dalla furba cuoca insieme al suo maggiordomo.  Alibi perfetto: il piano funziona a meraviglia.

Il Generale e Alberto ritornano al piano superiore e, mentre salgono le scale il primo gli espone un’idea:

  • Alberto, adesso andiamo nuovamente in bagno, ma tu rimani poco fuori della porta con le orecchie  ben aperte e in assoluto silenzio, così senti pure tu!

Alberto non può tirarsi indietro, né può andare ad avvisare la moglie dell’imprevisto e dovrà improvvisare, confidando nella’astuzia di Franca. Augusto ripete la filastrocca:

  • Non mi mancano bellezze, non mi mancano ricchezze, son Generale, che mi manca?

La voce non tarda a rispondere:

  • Il giudizio, Augusto, il giudizio!
  • Hai sentito? – urla concitato Augusto, occhi sgranati, rivolgendosi al maggiordomo

Alberto incrocia il suo sguardo con occhi impauriti, esita, ma trova prontamente una risposta:

  • Stavolta sì, generale! Una sorta di ululato come il turbinio del vento che fischia attraverso le fessure… e non c’è vento! È una giornata calmissima e soleggiata… è inquietante…
  • Un… un ululato?  Vento? Ma come… è una voce… non hai sentito quello che ha detto?
  • Una voce?  No, signor Generale…  non ho sentito parlare alcuno… solo un lugubre ululato… forse qualche spiffero… adesso vado a controllare porte e finestre
  • No, aspetta Alberto… non andare… quindi tu non hai sentito la voce?
  • No, signor Generale, ma cosa diceva la voce?
  • Diceva… oh… beh… – il Generale cerca di nascondere l’imbarazzo, mentendo –  non è che abbia capito molto… si confondeva con… ehm… con  il fischio del vento …

Alberto trattiene a stendo la risata e  nasconde il sollievo nell’appurare che il piano stia funzionando malgrado l’imprevisto, complice la forte superstizione che accompagna Augusto nella percezione della realtà. Ma le sorprese non sono finite: Franca irrompe nel salone antistante la porta del bagno, improvvisando la sua parte di recita:

  • Che è successo? Avete sentito anche voi o me lo sono immaginata? – esclama fingendosi impaurita, avvicinandosi al bagno, strizzando l’occhio al marito.
  • Franca, hai sentito anche tu la voce? – si rivolge a lei Augusto uscendo dal bagno
  • No, Vostra Eccellenza, nessuna voce, ma un lugubre ululato che si confondeva con il fischio del vento! Temevo… temevo  fosse un lupo… ho paura!
  • Ma non ci sono lupi qui! – risponde il Generale
  • No, non ce ne sono! – conferma il maggiordomo
  • Allora cos’era?  – esclamano tutti e tre, guardandosi in faccia l’un l’altro a turno

Franca e Alberto evitano di incrociare gli sguardi per non tradirsi scoppiando a ridere, mentre Augusto, sempre più spaventato indugia e pensa fra sé e sé:

  • Allora quella voce è per me! Che vorrà dire?

Alberto, soddisfatto dagli effetti del piano, intuendo l’interrogativo del Generale, parte con la stoccata finale:

  • Allora avevano ragione i nostri avi, Franca!
  • Sì, Alberto, la leggenda forse ha qualche fondamento!

Il Generale cadendo dalle nuvole:

  • Ma di cosa state parlando? Cosa dicevano i vostri avi?

Alberto, nascondendo il solito sorriso sornione, ma non la sua benevolenza, pone una mano sulla spalla di Augusto, ancora impaurito, e gli spiega:

  • Sapete, Generale, il nonno del nonno di mio nonno, che mise piede per primo in queste terre ci ha tramandato una leggenda, che narra dell’Angelo del Giudizio
  • L’Angelo del Giudizio? Mai sentito parlare! Continua! – ribatte per niente stupito e molto incuriosito  il Generale.
  • Si dice che secoli fa  la popolazione di queste terre fosse divisa in Contadini e Nobili. I primi lavoravano sodo 16 ore al giorno per mandare avanti la comunità, mentre i secondi non avevano bisogno di lavorare, vivevano delle ricchezze ereditate dai loro avi e dai proventi restituiti dalle loro proprietà, ove i Contadini sgobbavano dalla mattina alla sera.  Viziati e  ipocriti, dediti esclusivamente alla vita mondana, rifuggivano  i doveri nei confronti della comunità e snobbavano le esigenze dei loro dipendenti.  Narra sempre la leggenda che un Angelo discese  dal cielo per porre fine a tale marcata diseguaglianza e si intrufolò nelle coscienze dei nobili, invitandoli a cambiare stile di vita, richiamandoli ai doveri civili  e umani. Ad ognuno di loro sussurrava all’orecchio i difetti che avrebbero dovuto correggere per non dovere affrontare grossi guai.
  • Grossi guai? Che genere di guai? – chiede concitato il Generale, sentendosi pungolato sul vivo
  • Mah, si dice che quelli che non ascoltavano, in poco tempo s’ammalavano o s’impoverivano. In entrambi i casi perdevano le proprie ricchezze, costretti a passare il resto della loro vita o in ospedale per curarsi o nei campi a lavorare, sfruttati dai contadini che ne approfittavano per consumare la loro vendetta schiavizzandoli.
  • E quelli che ascoltavano i suggerimenti? – chiede sempre più emozionato Augusto.
  • Gli altri, molto pochi, devolvevano parte delle loro ricchezze in beneficenza,oppure  finanziavano opere  di pubblica utilità, per esempio strade ed edifici popolari per accogliere  i più sfortunati, biblioteche, parchi, centri di svago per i bambini, insomma dedicavano il loro tempo e le loro risorse per aiutare gli altri. Questi Nobili riconvertiti, ogni sera, davanti allo specchio  si sentivano felici, realizzati e, soprattutto in pace con la propria coscienza. Avevano dismesso il proprio egocentrismo e riscoperto l’altruismo. L’Angelo allora abbandonava le loro coscienze, perché avevano capito e potevano operare da soli nel rispetto di una risorta Comunità.

Augusto, il Generale, annuisce senza aggiungere altro. Ha capito. Da quel momento non si gongolerà più davanti allo specchio, non affliggerà più Alberto con le sue fisime di vanità e dedicherà  più tempo a impegni sociali e culturali al di fuori delle mura domestiche. Potrà specchiarsi quanto vuole senza doversi cambiare mille volte d’abito tormentando il povero Alberto: comunque si vesta è sempre elegante, ovunque vada è sempre apprezzato e benvoluto. Adesso ha trovato ciò che gli mancava per completare la sua felicità: il Giudizio

Tratta dal racconto n. 11 del libro “La Rosa dei 20”

Vincent

Scrittore, Poeta, Musicista, Informatico