Il Lupolitico

Un branco di lupi viveva in cima ad una collinetta, al sicuro da ospiti indesiderati. La foresta collinare, con la sua folta vegetazione, offriva loro un valido riparo da bestie più feroci di loro e dall’uomo, quindi costituiva una valida roccaforte sia per la loro difesa, che per approntare comodamente i piani d’offesa nei confronti di bestie molto più deboli, quindi più facili da spolpare.

Ma i tempi  cambiano. Con il progressivo disboscamento, nascondersi e difendersi è sempre più difficile. Le bestie feroci sono lontane, ma le prede sono sempre più difficili da conquistare: sono tempi veramente difficili. Tempi duri per i lupi.

Il capobranco scruta la valle, ove un gregge di centinaio di pecore pascola indisturbato, pasteggiando con una gustosissima erba e con le migliori bacche che la natura generosa di primavera offre loro, senza curarsi dei possibili pericoli che potrebbero incombere: un giovane e robusto cane pastore tedesco veglia su di loro con la massima attenzione. Il suo occhio distingue un qualsiasi animale a tre chilometri di distanza, ha un udito così fine da percepire un serpente strisciare a più di un chilometro dalla sua posizione, per non parlare dell’olfatto: ancor prima di vedere e di udire, il suo olfatto lo allerta su eventuali forme di vita che possano recare danni o costituire pericolo per se e per il gregge che custodisce alacremente.

Con tali presupposti,  la fame che aumenta e le scarse prospettive di nutrimento, Il capobranco, a corto di piani,  vede la sua leadership iniziare a vacillare. Il branco bofonchia nei ranghi, un giovane audace lupo fa emergere la sua la voce:

  • “Il nostro leader non è in grado di governare questa situazione, promette, promette, ma alla fine abbiamo sempre più fame” – afferma con determinazione, incoraggiato dalla fame e catturando attenzione e approvazione dagli altri lupi
  •  “Vero, e pensare che a valle c’è un bottino di pecore mangerecce che potrebbe darci da vivere per giorni, mesi, e lui che fa? Scruta l’orizzonte!” – rinforza la dose un altro
  • “Non solo! Sta diventando sempre più vecchio e a corto di idee, però non gli disgustano le nostre lupe, che corteggia di nascosto. Ma cosa ci vedono in lui le nostre femmine?” – conclude con il colpo di grazia un terzo lupo del branco

Il capobranco non può fare a meno di ascoltare i mormorii tutt’altro che sussurrati fra le file dei suoi, l’udito è ancora buono e la mente lucida più che mai. Decide così, prima che i segnali di ammutinamento si concretizzino, di convocare i suoi lupi in assemblea:

  • “Non vi ho sempre protetto e portato sulle tracce delle prede più appetitose?”
  • “Siiiiiiii” – risponde il branco in un disordinato mormorio, agitando la testa in cenno affermativo, guardandosi l’un l’altro e convincendosi a vicenda
  • “ E non sono forse il più furbo e intelligente di tutti voi messi insieme? Non ho architettato io quei piani di caccia che ci hanno portato  ricca selvaggina?”
  • “Sììì!! È verooo! Sempre” – continua ad annuire il branco, rinnovando così  implicitamente la fiducia nel proprio leader

Così, quei pochi lupi dissidenti  devono abbozzare, ma uno di loro, il più giovane, si fa coraggio e chiede:

  • “Tutto vero Presidente” – lo apostrofa in tono ironico il lupo provocatore – “ma come mai da mesi non organizzi una battuta di caccia come ai bei tempi da te menzionati? la fame è pressante, ci indeboliamo, e fino ad oggi da te abbiamo sentito solo chiacchiere, promesse, promesse e ancora promesse, ma ci hai imposto solo sacrifici e digiuni. Non possiamo nutrirci ancora di sole di bacche, frutti,  radici e degli avanzi della poca selvaggina che ancora riusciamo a razzolare, e che ti serviamo quotidianamente nei tuoi piatti preferiti: siamo animali carnivori anche noi! Cosa rispondi?”

Il capobranco si sente preso in contropiede, mentre osserva gli sguardi interrogativi di tutti i lupi, che pendono dalle sue labbra. Quegli sguardi puntati su di lui meritano una risposta istantanea, pena l’ammutinamento, e addio gustosi privilegi. Il giovane lupo ribelle, forte del vantaggio dialettico, incalza:

  • “Sono giorni che osservi la vallata, mangi con gli occhi quelle costolette di pecora, ma non basta per sfamarsi!”

E la platea canìde esplode in una risata, che dà  il tempo al traballante leader di approntare una frettolosa risposta,  demagogica, ma abbastanza credibile per dissuadere temporaneamente i potenziali ammutinanti:

  • “Certo che osservo la vallata e le pecorelle! perché sto mettendo a punto un piano, per appropriarci di quei gustosi bocconcini, ma per un piano maturo occorre tempo e astuzia. Per questo avrò bisogno della vostra fiducia e della vostra collaborazione. Smilzo, passa da me stasera, alla mia tana, dopo il tramonto,  ti darò precise istruzioni.” – conclude rivolgendosi al più piccolo, agile e magro lupo del branco

Così, ancora una volta il leader, come un buon presidente che si rispetti, riesce a riprendere il controllo della situazione, cattura fiducia da parte del branco, ma solo provvisoriamente: stavolta dovrà concretizzare la sua promessa e formulare un piano vero, se vuole salvare la leadership, il pasto di carne quotidiano, nonché la pelle. Ha tempo fino al tramonto, così si siede in cima alla collinetta, si mette a pensare, sotto la luna piena che comincia a intravedersi alta nel cielo ancora luminoso, riflette, continuando ad osservare il gregge, che rientra all’ovile, felice, tranquillo e sazio, sotto gli occhi vigili dell’instancabile pastore tedesco. Il pastore contadino, proprietario della tenuta, ogni sera le riconta dalla prima all’ultima.

  • “Sìììììììììììììììììì!” – esclama improvvisamente il lupo protagonista – “trovato!”, urla a se stesso mentre conclude il suo ululato liberatorio che si ode in tutta la vallata. Ha un piano, finalmente, e appena in tempo: è il tramonto, e sta arrivando il giovane lupo “Smilzo” per ascoltare le disposizioni del suo leader.

Lo fa accomodare nella sua tana egli illustra il piano.

  • “Dunque, caro, agile, sveglio e furbo Smilzo” – dice rivolgendosi con ipocrita adulazione al giovane lupo – “devi intrufolarti nella capanna del pastore, dove conserva le pelli delle pecore morte, ma mi raccomando: devi fare molta attenzione. Stanotte pioverà e ci saranno tuoni, tempo da lupi, così il cane pastore non ti sentirà. Prendine tre, le più grandi, presto le dovrete indossare tu ed altri due lupi della tua taglia”
  • “Cosa? Indossare pelle di pecora? Ma …”
  • “Niente ma! tre di voi, i più giovani, i più piccoli e svegli, dovranno aggiungersi alle pecore al pascolo  e far allontanare tre pecore verso la collina. Tre lupi scelti da me le cattureranno al mio segnale che arriverà al momento opportuno e voi entrerete nell’ovile in tempo per la conta del pastore. Poi, nottetempo fuggirete e vi unirete a noi per il banchetto serale. Domattina faremo le prove, dovrete indossare le pelli e comportarvi da pecore, belare, brucare e quant’altro. Poi, durante il giorno agiremo. Ma una cosa alla volta. Per adesso pensiamo alle tre pelli di pecora. Ecco come devi agire…”

E il lupo leader spiega tutti i dettagli del piano temerario per la sottrazione delle pelli dalla capanna del pastore, mentre svaniscono le ultime luci del crepuscolo, le pecore sono tutte rientrate e inizia a piovere, come previsto, “Smilzo” si avvicina silenziosamente alla capanna, curando bene di non esser visto da alcuno. Il colore scuro della pelle favorisce la mimesi, così riesce a raggiungere indisturbato la capanna. Ma ahimè la porta è chiusa. ”Accidenti!” – pensa fra se e se – “Se fossi il lupo della favola dei tre porcellini mi basterebbe un soffio, ma questa non è una favola, uffa!”.  Fa appello alla sua astuzia, incoraggiata dagli apprezzamenti del suo capobranco e, come il lupo della favola dei tre porcellini gira intorno alla casetta di legno per trovare un punto debole, fino a scorgere una piccola finestrella che sbatte col vento. Un vero colpo di fortuna: prende le misure e, sincronizzandosi col rumore del tuono, fa un balzo e in un attimo si ritrova all’interno della capanna dove atterra rumorosamente, comunque coperto dal tuono.

La capanna é buia, ma non abbastanza per la sua capacità visiva notturna. Si guarda intorno fino a trovare le pelli di pecora. Ma come portarle fuori? La finestrella è troppo piccola affinché possa passare insieme anche ad una sola pelle di pecora fra i denti. Prova ad aprire la porta, ma è bloccata. Decide dunque di indossare una delle pelli e fuggire dalla stessa finestrella da cui è entrato. Un altro balzo e riesce a passare, stretto nella sua nuova pelle e può far ritorno alla collina, raggiungendo il capobranco che lo aspetta, ma tutt’altro che felice di vederlo, data la circostanza.

  • “Non ci siamo capiti o qualcosa è andato storto, Smilzo? Perché indossi la pelle di pecora? Hai rischiato di essere sbranato da qualcuno di noi, ma per tua fortuna ti ho subito riconosciuto, dal tuo modo di camminare, che è ben diverso dal passo ovino”

E il lupo smilzo gli raccontò i fatti e le difficoltà incontrate, mentre si sfilava di dosso la puzzolente pelle di pecora.

  • “E non hai visto la sbarra che bloccava la porta? Bastava sollevarla! Avevi tutto il tempo e la forza e … e basta” – ribattè il leader.  Sta per aggiungere “e … l’intelligenza”, ma desistette subito,  consapevole dei limiti del coraggioso Smilzo, che non merita più i suoi finti complimenti. Poi rimugina:
  • “(se i lupi del mio branco fossero intelligenti non mi avrebbero certo eletto Presidente Capobranco, quindi mi devo accontentare! E’ già tanto che Smilzo abbia avuto l’idea d’indossare una pelle di pecora per riuscire a passare dalla finestrella, per non tornare a zampe vuote)”

Così il nostro leader deve approntare frettolosamente  un piano B: decide di indossare la pelle di pecora e di recarsi personalmente alla volta dell’ovile.

  • “Avvisa gli altri che, per via del tuo parziale fallimento, il banchetto di costolette di pecora è solo rinviato, e che mi sto recando all’ovile: tornerò con un ricco bottino”

Così si allontana con la pelle di pecora sottozampa, trova un posto asciutto per indossarla. Con grande fatica riesce a entrare in quella strettissima pelle, soffre, ma alla fine riesce ad adattarsi e, emulando i movimenti di pecora, va verso l’ovile.

  • “Che ci fai tu ancora fuori?” – urla il vigile cane pastore stupefatto, svegliatosi all’improvviso
  • “Beeeeee, mi ero persa, beeeeeee, mi fai rientrare?”

Il cane un po’ dubbioso, annuisce, apre la porta del recinto, la annusa  …  la riconosce e la fa entrare.

  • “Va a dormire con le altre e non allontanarti mai più dal gregge!”
  • “Va beeeeeeeene cane pastore, buona notte a teeee, beeee” – risponde il lupo, interpretando fedelmente il ruolo di pecora, entrato perfettamente nella parte oltre che nella pelle.

Per fortuna del furbissimo lupo, il cane pastore ha poca memoria quando pensa fra sé e sé:

  • “(il pastore dev’essersi rimbambito, ha contato male le sue pecore. Mah, credevo che quella pecorella fosse morta, ma sicuramente ricordo male,il suo odore é inconfondibile, ma sto invecchiando pure io. Meglio non dirgli niente, altrimenti mi sostituisce con un cane più giovane, poi m’abbandona da qualche parte, come fanno gli uomini di solito quando si stufano di noi, cani fedeli. Deve ancora nascere chi crede di potermi fregare!)”  – e si addormenta, dopo essersi così auto-rassicurato.

E il nostro lupo leader protagonista, stretto nella sua nuova calda pelle di pecora, gongolando per aver vinto il primo round, si mescola alle altre pecore che dormono nel rifugio. Col suo piano improvvisato è riuscito ad ingannare il (quasi infallibile) cane pastore, che adesso dorme profondamente, russando così forte che può sentirlo distintamente, cosicché può passare alla seconda parte del piano. 

  • “Pssst” – sussurra il lupo avvicinando una pecora dormiente – “pssst, sveglia sorella” – insiste, svegliando la pecorella accovacciata nel rifugio insieme alle altre”
  • “Beeeeeee, chi èèèèèè? Che vuoi, perché mi sveeeeegli?” – risponde mezza intontita la pecora
  • “Sorella pecora, beeee, non ti sei stancata di brucare sempre la stessa erba?”
  • “Perché? È tanto buona,  beeee, a me piace, dai dormi e fammi dormireeeeee”
  • “E invece oggi ho gustato un erba così beeeeeee …. buona, che mai ne avevo mangiato in vita mia, ma va bene così, me la mangerò tutta io, ogni giorno, beeeee buona notte soreeeella!”
  • “Davverooooo beeee? E dove? Come? Racconta!”
  • “Va beeeeeeene, soreeeeeella, in effetti non mi va di brucare sola soletta lassù in quel pascolo di collina, sopra la vallata, c’è così tanta erba, che non potrei mangiarla tutta beeeee”
  • “Ma non possiamo allontanarci! Il cane pastoreeeee non vuole! Dice che lassù ci sono dei feeeeeeeroci lupi”
  • “Ma non è vero! I lupi non ci sono più da tanto teeeeeeeempo. Il pastore ha solo paura che ci dispeeeeerdiamo, e vecchio e pigro com’èèèèèèè , non vuole fare tanta strada per veeeeeenire a cercarci. Ma noi siamo braveeeeee: andiamo tutte insieme lassù, e poi torniamo preeeeesto prima che il cane pastore si risveeeeegli dalla pennicheeeella pomeridiana. Vi porto io, ci sono stata oggi e, come veeeeeeedi non mi è successo nieeeente”
  • “Che beeeeeeello! Finalmeeeeente si cambia! Ti confeeeesso che ero stufa di mangiare seeeempre la stessa eeerba, beeeeeeeeee!”
  • “Anch’io, soreeeeellina, avevo tanta voglia di costolet…. ehm … di erbeeeeeetta collinare! Allora d’accordo! Dopo meeeeeeezzogiorno, mentre il cane e il pastore fanno la pennichella tu mi seguirai!”
  • “E le altre soreeeeelle? Lo dico anche a loro? beeee”
  • “Meglio di no, ci voreeeeebbe troppo tempo! Tu sei la più grande: tu seguirai me e le altre seguiranno teeeeeee, come peeeecore, così avranno una beeeeella sorpreeeeesa tutte quante, e parteciperanno anche loro al gustoso bancheeeeeetto!”

Sicuro che avrebbero partecipato al banchetto, ma a quello del numeroso branco di lupi, che nel frattempo  si stavano chiedendo che fine avesse fatto il loro leader.

  • “Sicuramente è scappato, ha paura di affrontare la realtà e di essere spodestato” – afferma il solito giovane dissidente, cercando di cogliere l’occasione per farsi strada nella via del comando
  • “No” – ribatte il lupo Smilzo – “Come vi ho detto, è andato all’ovile l’ho visto io, dopo che gli ho consegnato la pelle di pecora che ho preso dalla capanna, credo che l’abbia indossata per introdursi nell’ovile, era il piano che mi aveva spiegato in parte, ha promesso che sarebbe tornato con un ricco bottino” – conclude l’esposizione Lupo Smilzo, omettendo la parte che riguarda il suo parziale fallimento
  • “Ma davvero? Bella idea idiota. Che potrebbe fare lui da solo, contro quel  fortissimo cane, o contro il fucile del  pastore? Forse ha deciso di rifugiarsi fra le pecore e di non far rientro! ”
  • “Che idea idiota la tua” – ribatte il più anziano del branco – “se avesse voluto  fuggire poteva farlo come e quando voleva”
  • “Forse l’ha già fatto” – insiste il giovane dissidente, aizzando il branco con la sua inossidabile dialettica populista – “e ci sta facendo credere che è dentro l’ovile. L’ha visto qualcuno entrare?”

Un momento di silenzio: i lupi si guardano l’un l’altro con sguardi incerti e scuotendo la testa in cenno negativo. In effetti nessuno l’aveva visto dirigersi all’ovile, né vestito da pecora. Si alza un forte mormorio fra i lupi, ma il lupo anziano si fa avanti prima che si crei lo scompiglio:

  • “Basta così” – ulula con decisione il lupo anziano – “con le polemiche e le supposizioni non andremo da nessuna parte. Aveva un piano e se ha detto  che ci avrebbe procurato un ricco bottino, sono certo che perlomeno ci proverà. Gli conviene tornare da noi con dei fatti, se vuole conservare i suoi privilegi ed il rispetto che gli portiamo. Da solo avrebbe poche speranze di sopravvivere. In sua assenza, sono io il comandante ad interim e decido io. Diamogli quest’ultima chance: se domani, entro il tramonto, non avremo sue notizie, lo abbandoneremo al suo destino e procederemo alle elezioni del nuovo capobranco.

Alle parole tonanti del capobranco reggente, i lupi si ritirano ognuno verso la propria tana e vanno a dormire, ancora fiduciosi. Al mattino successivo sono tutti appostati sulla cima della collina, ben nascosti, a scrutare la vallata, per osservare l’evolversi dei prossimi eventi, ansiosi e affamati.

Il gregge esce dall’ovile, puntuale, alle dieci della mattina, ma stavolta con una pecora in più. Nessun problema, nessuno le conta in uscita, tantomeno i lupi famelici che scrutano la vallata sbavando fiduciosi in un pasto lucullianamente carnivoro, ignari dei dettagli della missione segreta improvvisata dal loro leader.  Il capobranco, sotto mentite e strette spoglie, che calzano sempre di più nella sua nuova personalità ovina, dopo essersi ingraziato la fiducia della pecora più grande, la conduce verso una salita che porta alla collina.

  • “Continua a brucare e seeeeeeguimi lentamente, così le soreeeeelle ci seguiranno” – le dice, brucando e trangugiando vegetariano amaro, ma senza palesare il disgusto , e mentre avanza verso l’alto, continua – “seeeeeeenti già com’è più freeeeesca e gustosa quest’erbeeeeetta, e più saliamo, più è buona!”
  • “Beeeeeeeee  buona! Avevi ragione soreeeella!” – risponde la pecora.

L’erba è sempre la stessa, ma l’effetto suggestione amplifica anche il gusto e rimbalza di pecora in pecora – “sentiteeeee soreeelle com’è buona quest’erbeeeeetta, venite con noi beeeee!”

Le pecorelle non si fanno pregare e, ad una ad una, s’incolonnano in una fila brucante che lentamente risale la collina, e intanto arriva il mezzogiorno. I calcoli del lupo leader sono perfetti, vede il cane lupo acciambellarsi nella sua immancabile pennichella, sa che il pastore è a pranzo, così conduce le pecore verso il branco che osserva favorevolmente i movimenti del gregge.

  • “Stanno venendo verso di noi, dritte verso le nostre pance” – sussurra un lupo al compagno
  • “Shhhhh! Il nostro leader sta mantenendo la sua promessa, ma come avrà fatto?”  – risponde l’altro, rivolgendo la domanda al prossimo compagno a fianco
  • “Mah, qualunque cosa abbia ingegnato sta funzionando, vengono tutte verso di noi”

Il lupo più anziano, capobranco ad interim, passa in rassegna i suoi lupi invitandoli al silenzio, prende con sé i quattro lupi più forti e appronta un piano di cattura di massa. Così le pecorelle, brucando felici più che mai, gustando un’erbetta illusoriamente più squisita, proseguono in fila indiana dietro il il lupo travestito, il quale, con la sua voce “belata”, convincente e carismatica come “il Flauto Magico” le conduce verso un lungo viottolo dove, sicuro di essere osservato dai suoi fratelli lupi, sa che scatterà la trappola letale.

E così é. Una volta che tutte le pecore avanzano in fila lungo lo stretto percorso, due robusti lupi si disoccultano silenziosi dai cespugli alle spalle dell’ultima pecora della fila. Uno la colpisce con una forte randellata, il cui rumore, attutito dalla folta lana, e confuso dalla chiacchiera continua del capofila, viene udito soltanto dalla pecora che le sta davanti, la penultima della fila, che si volta di colpo. Ma trova pronto l’altro lupo che le riserva lo stesso trattamento, mentre la precedente viene sottratta legata e imbavagliata e portata via dagli altri due lupi. Così il primo lupo si ritrova pronto per colpire la terzultima, il secondo la quartultima, mentre gli altri due lupi ritornano dopo la consegna del “malloppo” al branco, e via discorrendo. Una catena canide perfettamente organizzata accorcia la fila ovina dal fondo verso la testa, fino ad azzerarla, raggiungendo la pecora leader capofila, talmente presa nella sua belante orazione, che non si accorge delle azioni venatorie dei silenziosi compagni di branco, finché non viene proditoriamente colpita da una randellata.

  • “E questa è l’ultima! Pant! Pant!” – ansima il robusto giovane lupo iniziatore della carneficina, esausto, gettando lontano il randello
  • “Ce l’abbiamo fatta! Pant! Pant!”  – aggiunge l’altro stanchissimo lupo “picchiatore”, soddisfatto per il ricco bottino

Tutte le pecorelle tramortite e sempre imbavagliate,sono state condotte in una grande fossa dalla quale non possono fuggire, in attesa del loro destino.

Anche il nostro leader, ingiustamente catturato, si risveglia e cerca di liberarsi della stretta pelle che lo avvolge, cosicché possa rivelarsi nella sua veste originale e partecipare al banchetto. Sicuramente perdonerà il lupo che lo ha tramortito, pensa fra sé e sé, mentre cerca di divincolarsi e di svestirsi.

Adesso gongola per il trionfo su tutta la linea e vuole godersi le costolette con i suoi compagni, che già stanno preparando un grande pentolone.  Ma qualcosa non va: non riesce a liberare le zampe: la pelle di pecora lo avvinghia come fosse la sua. Prova allora a togliersi il bavaglio con le zampe ungulate, ma non ci riesce. Comincia a mugugnare più forte che può, cercando di catturare l’attenzione del lupo di guardia, proprio quello che l’aveva colpito, e ci riesce.

  • “Ancora  ti va di chiacchierare, pecora logorroica? Non ti è bastata la botta in testa? Sentiamo che hai da dire ancora! Ahahahahahah” – e le toglie il bavaglio.

Il lupo leader, credendosi  finalmente salvo, inizia a spiegare:

  • “Grazieeeeeee beeeeee …. Oops!” – s’interrompe di colpo, come in un singhiozzo. Che è successo? Dopo la pelle che non vuole separarsi da lui, adesso la sua voce, abituata a recitare a perfetta imitazione di belato, continua a belare mentre si rivolge al suo compagno .
  • “E mi ringrazi pure, stupida pecora chiacchierona? Lo sai che presto parteciperai a un ricco e succulento banchetto? Peccato che non è rientrato il nostro leader, chiacchierone com’è anche lui, forse avrebbe scambiato volentieri due chiacchiere con te! In un certo senso vi somigliate Ahahahahah!”
  • “Sono io beeeeeee! Sono io!  il vostro leeeeeeeeader! Sono il preeeeeeeesidente ….”
  • “Basta, sono stufo di sentire le tue lagne. Adesso la pecora vuole farsi credere un lupo per salvarsi, ma non uno qualsiasi, ma il nostro astuto leader! taci! È ora di pranzo, e tu sarai la prima a onorare il nostro banchetto!” – e prima che possa ribattere gli da una randellata in testa, l’ultima della sua vita.

Così si conclude l’avventura postuma del nostro leader , nei panni di una pecora che si era introdotta nell’ovile come cavallo di Troia, vittima della sua stessa trappola, nei panni attillati di quella pecora, che aveva impersonato così bene, all’insegna dell’inganno, al punto d’ingannare se stesso e i suoi compagni.

Troppo tardi i lupi del branco si accorgono di aver messo in pentola il loro leader . Il lupo anziano, il reggente, viene eletto capobranco, quindi nuovo leader  e, dando prova di enorme saggezza, decide rivedere la sorte delle pecorelle, quasi per fare ammenda dell’enorme errore commesso nei confronti  del defunto predecessore, ma, come un presidente che possa chiamarsi tale, rimette la decisione ai voti. Prende per primo la parola:

  • “Cosa ci facciamo di cento pecorelle prigioniere? Non possiamo mangiarle tutte, ne bastano due o tre a testa per essere tutti satolli per qualche giorno. E le altre? Come si nutriranno nel frattempo? Dovremmo nutrirle privandoci della nostra quotidiana razione vegetale  che comunque non basterebbe per tutte loro, e non possiamo certo dar loro parte della selvaggina che catturiamo: sono erbivore. Se non le nutriamo, in pochi giorni moriranno e noi non ci cibiamo di cadaveri, non siamo iene!” – conclude la sua arringa il nuovo leader.
  • “E’ vero, siamo affamati, ma non siamo iene” – afferma un altro lupo del branco – “perché non chiamiamo gli altri lupi che stanno lontani da noi, così c’è carne fresca per tutti?”
  • “Bravo scemo” – ribatte un terzo lupo – “così dopo che avremo sbranato tutte le pecorelle saremo nuovamente al punto di partenza e con più bocche fameliche da esaudire!”
  • “Ha parlato lui, il saccente” – si fa avanti un quarto lupo – “secondo me è meglio che le facciamo scappare per poi inseguirle nella foresta così si nutrono da sole mentre si nascondono da noi e …”
  • “… E tu sei fuori di testa, idiota! Dopo la fatica per catturarle costata la vita al nostro vecchio leader, dovremmo liberarle così? Per perderle definitivamente?” – interrompe un quinto lupo
  • “Per  me siete tutti impazziti e senza cervello: mentre noi litighiamo la nostra fame aumenta e il pastore starà sicuramente cercando le sue pecorelle, con l’aiuto di quel malefico cane…” – prende la parola un sesto lupo – “quando c’era il nostro leader  …” – ma viene interrotto dalla voce polemica del settimo lupo che irrompe in breve:
  • “Bono quello! Ma come siete ipocriti! Ma se non lo sopportavamo più! Aveva sempre la panza piena alla faccia nostra e si fregava le nostre lupe, l’avete dimenticato?”

Passa il giorno intero in chiacchiere e discussioni, ma nessuno riesce a formulare una proposta concreta, mentre le pecorelle, passata la paura, assistono divertite alle liti intestine del branco che, al momento, mantiene salva la loro pelle, nonché la loro… carne.

  • “Basta! Dichiaro sciolta la seduta” – urlò il nuovo leader presidente, stanco delle chiacchiere – “si è fatta sera. Andiamo a dormire e riflettiamo tutti sulla situazione: la notte ci porterà consiglio. Ma domani  dovremo avere le idee chiare e proposte concrete. Non possiamo morire di fame con un succulento capitale ovino a disposizione, solo perché non abbiamo idee per gestirlo! Buona notte a tutti”

Tutti il lupi si ritirano nelle loro tane, tranne  il nuovo capobranco democratico, per nulla contento sull’evolversi della situazione. Senza un governo, i lupi non sanno… che pecore prendere. Il nuovo capobranco decide di accucciarsi nascosto dietro un cespuglio.

Intanto le pecore, fra la paura e le risate, dopo essersi tolte i bavagli aiutandosi l’un l’atra, cominciano a confabulare fra loro. La pecora più anziana, quella che aveva seguito il lupo sotto mentite spoglie e condotto involontariamente il gregge al patibolo, prende con decisione la parola, sottovoce, per non svegliare i lupi:

  • “Beeeeeee ascoltateeeee, ho un’idea che ci farà uscire da questa trappola, se vi fidate ancora di meeee …”
  • “Parla soreeeella, non è colpa tua, seeeei solo una peeeecora, come noi, ti ascoltiamo”

Così,dopo aver illustrato il piano di fuga, la pecora più anziana si porta verso il perimetro della fossa iniziando ad arrampicare la parte di salita meno ripida che le tiene prigioniere, invitando le sorelle a seguirla in fila indiana. Allorché si ferma dove non può più andare avanti, la pecora che le sta dietro monta sopra di lei portandosi davanti alla sua testa che la tiene ferma lungo la salita. Una terza pecora passa sopra di loro portandosi davanti alla prima, e così via, pecora dopo pecora, Si forma una catena di pecore che si dispone in fila fino alla fine della salita, raggiungendo l’orlo della fossa,  emergendo una dopo l’altra verso la libertà. Ma le pecore emerse non fuggono:  formano una catena ovina addentando ciascuna la piccola coda dell’altra agganciando così la fila di pecore che era rimasta nella fossa, che aveva fatto da ponte verso la libertà. In poco tempo le pecorelle sono tutte in salvo e, sempre in fila ordinata, camminano silenziosamente alla volta dell’ovile.

Al mattino dopo i lupi trovano l’amara sorpresa: la fossa vuota, come la loro pancia. Il capobranco neo-presidente non ne è affatto dispiaciuto: una responsabilità in meno di cui farsi carico. Tutto da ricominciare, con un lupo in meno e molta più fame di prima. Le pecore sono fuggite, ma nessuno è colpevole: tutti dormivano profondamente, nessuno cui dare la colpa.

  • “Peccato, ma è meglio così, non dovremo più litigare” – si consola uno dei lupi, cercando di confortare gli altri
  • “Sì, hai ragione, erano pure troppo magre, le riprenderemo quando ingrasseranno” – rassicura un altro
  • “Certo, siamo cacciatori noi! Le riprenderemo,poche per volta, magari. Sono scappate, la colpa non è di nessuno, in fondo, e poi … bacche e cereali non sono così male!” – conclude un terzo lupo.
  • “(Forse, pensandoci bene, un colpevole c’è, anzi due)”, rimugina fra sé e sé il neo-presidente, ripensando alla notte appena trascorsa: un lupo si era avventurato silenziosamente e nascosto dal buio, dentro la fossa, proprio quando la maggior parte delle pecore era fuoriuscita, tranne quelle che avevano fatto da ponte solidale lungo la salita per fare uscire le sorelle. Il trenino di pecore in superficie era in difficoltà nel tirar fuori le sorelle rimaste in fila lungo la ripida salita, ultimo ostacolo per la loro libertà, il sedere dell’una contro la testa di quella retrostante. Ma con una robusta  spintarella, operata da un franco tiratore canìde,  sul fondoschiena dell’ultima pecora, quella più grande e ideatrice del piano, l’evasione sì è conclusa con successo, ed il misterioso lupo rientrato nei ranghi. Il neo-capobranco aveva visto tutto, ma si è guardato bene dall’intervenire, girandosi poi a ciambella per riprendere sonno.

La  morale di questa favola traspare nel quotidiano dei nostri giorni dove niente è quello che sembra e nessuno si fida di nessuno, dove la chimera delle aspettative collassa nella realtà di tutti i giorni. Nella favola il falso perisce goffamente nella sua trappola, vittima del suo stesso piano per il mantenimento del potere e della posizione di privilegio. Ma senza più un governo il branco perde maldestramente la possibilità di distribuire il capitale mangereccio maturato nella caccia. Il bottino si dilegua, la fame aumenta, le risorse scarseggiano, ma nessuno ha colpa: merito del franco tiratore, complice il tacito consenso di chi dovrebbe decidere.

Disse un filosofo, a proposito del potere: “Tutto si traduce a parer mio levatici tu che mi ci metto io!”

E questa non è un’altra storia, ma è sempre la stessa storia, che si ripete.

Vincent  

Scrittore, Musicista, Informatico

Tratto dal libro “Non Solo Favole” di Vincenzo Pisano