L’incontentabile

Giuseppe è un 29enne laureato in Informatica con un’ottima votazione. Pochi mesi dopo il conseguimento del sofferto diploma può selezionare le migliori offerte di lavoro pervenute copiose al suo indirizzo. Vive in un povero paese del Sud, ma, grazie ai sacrifici propri e dei genitori, ha potuto coronare il suo successo all’Università di Pisa, considerata top negli anni ’70.

Fra le cinque migliori offerte sceglie una  proposta di lavoro in qualità di Capo Progetto per la ristrutturazione di un sistema informativo per conto di un’importante Azienda Nazionale, con sede principale a Genova. Felice per la grande opportunità, parte alla volta del capoluogo Ligure, ove alloggerà in un Hotel Residence non lontano dal posto di lavoro. Un altissimo edificio di dodici piani, nuova costruzione, stanze ben coibentate per garantire l’isolamento dai rumori dalle stanze confinanti, un Hotel a 4 stelle.

Al termine della prima giornata lavorativa, Giuseppe, entusiasta,  si reca all’Hotel per prendere possesso nella camera riservatagli al terzo piano: una bella camera, media grandezza,  con cucinino a due fornelli, balconcino e finestra con vista panoramica che abbraccia un quarto della città.

Giuseppe si guarda intorno, verifica tutto, apre la finestra, si affaccia, richiude. Si affaccia poi sul balconcino, controlla la ringhiera, poi si guarda intorno. Prova i fornelli, tutto ok. Ma non sembra soddisfatto.

  • (Domani porterò le mie rimostranze al Direttore. Mi sentirà! Per oggi va così) – pensa fra sé e sé, mentre si spoglia per farsi una doccia per poi rivestirsi, uscire per cenare al ristorante più vicino.

L’indomani, al rientro in Hotel dopo la sua giornata lavorativa, Giuseppe è a colloquio col direttore per lamentarsi per il cattivo trattamento a suo dire riservatogli:

  • Avevo chiesto una stanza compatibile con le mie abitudini, ove sentirmi a mio agio qui, come fossi a casa mia, non prigioniero fra quattro mura! – esclama Giuseppe, manifestando la propria delusione
  • Ebbene? Cosa non va nella stanza che le ho assegnato, dottor Stinchi?
  • Cosa ci faccio con due soli fornelli se dovessi  invitare qualcuno a cena? Dovrei istituire dei turni? Oltretutto il tavolo è piccolo. Inoltre il letto è troppo duro. Poi ancora c’è poca luce nel pomeriggio-sera, perché la stanza è esposta a Est e il balcone è piccolo. Mi sembra di vivere in una prigione, già calda al sorgere del sole, anziché in un residence!
  • Vediamo cosa possiamo fare dottor Stinchi – conclude il Direttore del Residence, facendo appello al suo bonton nel nascondere il proprio disappunto con un sorriso a denti stretti – mi dia qualche giorno e le troverò una sistemazione di suo gusto.

Due giorni dopo il Direttore, sorridente, dà la buona notizia al cliente esigente, mentre rientra dal lavoro:

  • Buonasera dottor Stinchi! Questa è la chiave della sua nuova stanza, mi riconsegni quella in suo possesso. Abbiamo provveduto a trasferire i suoi bagagli nel nuovo alloggio rispettando le posizioni e l’organizzazione originali dei suoi indumenti e bagagli. Venga con me, l’accompagno!

Giuseppe elargisce un mezzo sorriso e si lascia condurre alla sua nuova dimora dall’entusiasta Direttore. Giungono al quarto piano, stanza n. 456, il Direttore entra per primo:

  • Guardi Dottor Stinchi che trattamento speciale le abbiamo riservato: tavolo quattro posti, cucinino a quattro fornelli più una piastra elettrica, una finestra esposta a ovest e una porta finestra, esposta a sud, che apre su un ampio balcone: può anche decidere di portare il tavolo fuori e pranzare all’aperto con gli amici. Da quest’altezza si vede il mare in lontananza e non si sentono i rumori del traffico! È contento?
  • Adesso la collaudo e domattina le saprò dire, signor Direttore – risponde seccamente Giuseppe, senza neppure ringraziare, accompagnando il Direttore all’uscita.

Il Direttore, ancora a bocca aperta alza gli occhi al cielo facendo appello a tutta la sua pazienza, ripetendo a se stesso il noto slogan del bravo imprenditore: “il cliente ha sempre ragione”.

Il mattino dopo, immancabilmente, Giuseppe si presenta  al cospetto del Direttore.

  • Si accomodi, Dottor Stinchi! Fatto colazione? Dormito bene? Come si è trovato nel nuovo alloggio?

Giuseppe senza scomporsi, si toglie gli occhiali riponendoli sulla scrivania, accavalla le gambe e parte con l’arringa:

  • Prima di tutto, egregio signor Direttore, lei mi deve spiegare: perché la porta del bagno è dalla parte opposta nella stanza rispetto al letto? Devo percorrere chilometri  ogni qualvolta mi alzo per andare al bagno. Premesso ciò, il bagno non ha cabina e piatto doccia…
  • Certo, dottor Stinchi, ma c’è la vasca da bagno, con il telefono della doccia riposto vicino ai rubinetti e che si può fissare in alto… – lo interrompe prontamente il Direttore, ma viene a sua volta interrotto.
  • Sicuro, come no?  Per scivolare meglio e farsi più male. E poi odio fare il bagno in vasca: lavarsi nella stessa acqua che si sporca mentre si è immersi, senza contare il tempo infinito che occorre per riempire la vasca!
  • Ma… veramente… io penso che… – balbetta confuso il Direttore cercando un appiglio per ribattere, ma non riesce a formulare la frase che viene nuovamente interrotto.
  • Non ho finito, Direttore, questo sarebbe il meno! – continua flemmatico Giuseppe, riprendendo gli occhiali.

Subito dopo, con estrema calma e freddezza, estrae un taccuino dalla tasca della giacca, inforca gli occhiali, sfoglia una decina di pagine per consultare i suoi appunti stilati la sera prima e riprende la sua arringa:

  • Per non parlare del televisore! Un 14 pollici, appeso alla parete, in alto a più di tre metri di distanza dai miei occhi. Ci vorrebbe un binocolo per vedere qualcosa e devo alzare il volume per poterlo sentire, rischiando di disturbare gli altri! Nell’altra stanza c’era un bel 21 pollici a schermo piatto…
  • Dottor Stinchi, sono costernato… possiamo cambiarle il televisore e…
  • Al tempo! – ribatte Giuseppe stizzito per l’interruzione alla sua flemmatica requisitoria – quando avrò finito glielo dico io. Dunque dicevo: non c’è uno scendiletto. Nel bagno poi manca il Phon, la presa di corrente è posta sulla sinistra del mobile a specchio, per cui sono costretto a usare il rasoio elettrico con la mano sinistra e non sono mancino. Infine nella cucina non c’è il forno elettrico, accessorio importante di cui era dotata la cucina dell’altra stanza. Devo continuare?
  • No dottor Stinchi, ho capito. Lei è un cliente molto, ma molto… (il Direttore cerca nel suo ricco vocabolario alberghiero un eufemismo che possa elegantemente sostituire l’epiteto passatogli per la mente) attento ed esigente, un cliente “di qualità”, come è giusto che sia. Le garantisco che faremo di tutto per accontentarla, per non deludere le aspettative della sua azienda.

Purtroppo ogni soluzione d’alloggio non incontra mai i requisiti formulati dall’incontentabile Giuseppe. I bagagli del “cliente di qualità” viaggiano da una stanza all’altra, incombenza che grava sugli affaticati camerieri che si adoperano a riporli nell’esatta posizione di partenza. La loro fatica e la pazienza del Direttore vengono messe a dura prova. In altre circostanze egli avrebbe agito diversamente, ma sono tempi difficili e altri arrivi, tutti dipendenti della stessa azienda per cui Giuseppe lavora.

  • (Speriamo non siano tutti come lui!) – pensa il Direttore fra sé e sé, paventando il peggio – (Avrò bisogno di uno psicoterapeuta!)

Per fortuna i nuovi arrivi sono di miti pretese e accettano di buon grado qualunque alloggio venga loro assegnato, mentre Giuseppe continua a rimbalzare da una stanza all’altra senza trovare pace, insieme ai suoi bagagli che sembra lo implorino di fermarsi una volta per tutte.

Il Direttore colloca i professionisti il più possibile vicini, preferendo le stanze che Giuseppe ha rifiutato, stanze che invece trovano grande apprezzamento dai nuovi inquilini. Rincuorato, il direttore accoglie l’ultimo professionista in arrivo, Vito, il più giovane di tutti, che chiude il gruppo di professionisti affiliati alla stessa azienda.

Mentre il Direttore assolve la prassi di registrazione per ospitare anche Vito nella sua struttura, rientra Giuseppe. Un’idea balena nella fervida mente imprenditoriale del Direttore: si fa coraggio e lo chiama prima che raggiunga l’ascensore.

  • Dottor Stinchi, mi scusi se la disturbo, volevo chiederle innanzitutto se la nuova sistemazione l’aggrada…
  • Per niente! – risponde perentorio Giuseppe, manifestando il solito consumato disgusto.
  • Allora, non ha niente in contrario se assegno la sua stanza al suo collega dottor Vito Pisani e sistemo lei nella stanza 111? Sta per liberarsi una stanza all’ultimo piano, giusto per darle il diritto di precedenza, dato che è in ancora cerca di una soluzione di suo gradimento. Ma se preferisce colloco il dottor Pisani nella 111, ma sarà lui poi a trasferirsi nella 765 all’ultimo piano e lei dovrà aspettare finche non si liberà qualche altra stanza.
  • Lei mi deve spiegare Direttore – risponde Giuseppe con il solito tono flemmatico – che differenza fa che io mi sposti nella 111 o che rimanga dove sono? Quando si libererà la stanza dell’ultimo piano ci andrò io!
  • Mi perdoni, dottor Stinchi, ma non funziona così: la 111 è una stanza transitoria d’emergenza che noi assegniamo solo quando l’albergo è pieno. Non a caso è la stanza più piccola di tutte. Il nostro protocollo prevede che tale stanza venga sgomberata non appena si libera una qualunque stanza e il personale è stato istruito così.
  • Allora va bene Direttore! Non vedo l’ora di uscire da quel tugurio dove mi ha relegato da più di un mese!
  • D’accordo dunque, dottor Stinchi! Le chiedo solo di pazientare ancora qualche tempo, in attesa che si liberi la spaziosissima stanza in questione!
  • Ho pazientato per mesi, vale la pena di pazientare ancora per qualche giorno. Come può vedere, Direttore, io mi so sempre adattare!

Il Direttore cerca di trattenere un’istintiva risata fingendo colpi di tosse mentre si gira dall’altra parte per non farsi scorgere. Poi si ricompone e conclude:

  • Eccole dunque le chiavi della 111 dottor Stinchi, a lei le chiavi della 333 dottor Pisani, dateci mezz’ora e le stanze saranno pronte!

Così, mezz’ora dopo, mentre Giuseppe va a sistemarsi nella piccola 111, Vito svuota i bagagli nella spaziosa 333, dove Giuseppe ha alloggiato insoddisfatto fino a poco prima. Con suo grande stupore trova la stanza molto confortevole e luminosa, letto comodo, TV LCD 28 pollici, un’ampia finestra che si affaccia a ovest, soffice moquette, cucina con quattro fornelli elettrici.

Casualmente, uscendo per la cena, incontra Giuseppe e insieme vanno a cena presso il più vicino ristorante.

  • Dimmi Giuseppe – esordisce Vito rivolgendosi al collega – cosa non ti piaceva della 333? Io la trovo ottima!
  • Non prende la rete wireless, troppo calda il pomeriggio, e non sopporto i fornelli elettrici! – risponde deciso Giuseppe
  • Ma scusa – ribatte Vito – Siamo in inverno, c’è l’aria condizionata, i fornelli elettrici sono più sicuri anche se impiegano poco più tempo e comunque il più delle volte ceniamo fuori poiché siamo spesati in tutto. Poi a che ci serve la wireless se l’azienda ci ha fornito la chiavetta per connetterci a Internet ovunque quando vogliamo?
  • È una questione di principio. Il Direttore deve capire che con me non deve fare il furbo. Adesso ceniamo, argomento chiuso! – conclude la conversazione Giuseppe. Non proferirà più parola per tutta la durata della cena.

Passa il tempo. Una settimana… due… tre. Passato un mese Giuseppe, oppresso nel piccolo alloggio in cui è stato confinato, chiede spiegazioni al Direttore:

  • Sono desolato, dottor Stinchi, ,ma la 765 ancora non si libera, le altre camere sono prenotate fino a Giugno del prossimo anno. Deve pazientare ancora un po’! Le assicuro che sarà sistemato lassù non appena l’ospite decide di partire. È solo questione di tempo.

Passa altro tempo. Un altro mese, due. Giuseppe è furibondo. Si sente preso in giro, vorrebbe cambiare albergo, ma desiste: sa che una sistemazione alternativa a quella decisa dalla sua Azienda gli verrebbe addebitata.

Finalmente, tre mesi dopo, il Direttore gli dà la bella notizia:

  • La 765 è a sua disposizione! Settimo piano – gli dice sorridente, consegnandogli la chiave.

Giuseppe, soddisfatto e tronfio, si gongola con l’aria di chi ha appena vinto una battaglia importante, entra in ascensore, ma… si accorge che i pulsanti si fermano al numero 6.

  • (Non aveva detto settimo piano, il direttore?) – si chiede Giuseppe, premendo comunque l’ultimo pulsante cerchiato.

Esce al sesto piano, vede una rampa di scale e un’indicazione che conduce al settimo piano. Percorre la scala, poi una seconda rampa, finalmente al piano settimo una scritta: “Piano Mansarda”. Deluso quanto incredulo, sperando ancora in un destino che possa volgere a suo favore, apre la porta, accende la luce. Rimane esterrefatto quando un grande e luminoso lampadario antico gli presenta uno spettacolo a dir poco sorprendente:  una stanza molto grande, soffitto spiovente fino al pavimento da una parte. Mobilia semplice, nessuna finestra, solo una specie di oblò non apribile in prossimità dell’angolo superiore della parete più alta. Pavimento in parquet, televisore analogico con decoder esterno per la ricezione del digitale terrestre, letto a due piazze, basso, corto, soffice. Dulcis in fundo, un ventilatore e una stufa: niente aria condizionata, né termosifoni. Una porta finestra senza vetri in fondo alla stanza illumina la speranza di Giuseppe: apre e dinanzi a lui un grandissimo terrazzo, ma senza sponde né ringhiera. Un lastrico solare. Richiude amareggiato. Infuriato esce, scende le due rampe di scale, prende l’ascensore, esce al piano terra, si dirige verso l’ufficio del direttore, apre la porta e lo vede tranquillo mentre  lavora sul computer, per nulla sorpreso dell’improvvisata del giovane incontentabile cliente.

  • La stanza è finalmente di suo gradimento, dottor Stinchi?  – ironizza imperturbabile il Direttore mascherando con la mano un sorriso
  • Finito lo scherzo? Non è stato per niente divertente, Direttore.
  • Non oserei mai, Dottor Stinchi! Le ho confezionato la stanza su misura per lei! E non mi dica adesso che non le piace nemmeno questa!
  • E la chiama “Stanza” quel… quella… – balbetta cercando un aggettivo tutt’altro che qualificativo, ma li ha tutti esauriti nel denigrare altrettanti alloggi precedenti
  • … Meravigliosa mansarda, voleva dire? – completa la frase il Direttore sottraendolo alla difficile ricerca di un nuovo dispregiativo – È una stanza unica, speciale, esattamente come la voleva lei, dunque: ogni stanza che le avevo assegnato era a suo dire troppo piccola, troppo bassa, troppo buia, troppo calda, troppo fredda e carente di qualche servizio: questa invece è luminosissima, grande e spaziosa e senza alcuno dei difetti che ha evidenziato nelle altre: non sopporta la luce a Est, perché scalda al mattino, a Ovest perché scalda il pomeriggio, a Sud perché scalda a Mezzogiorno, così le ho procurato questa esposta a Nord. Non sopporta il letto duro e singola piazza, ecco: le ho fornito un letto soffice e a due piazze. Non tollera la moquette perché allergico: la stanza è dotata di un ottimo parquet, con mattoncini di noce. La cucina è a gas con quattro fornelli e un forno. Un forno a microonde accanto alla cucina è sempre utile caso mai dovesse finire la bombola prima del previsto. Non sopporta i nostri caloriferi termo-ventilati né l’aria condizionata, così le abbiamo provveduto una potente stufa a raggi infrarossi e un bel ventilatore a piantana con rotazione di 180 gradi. Al centro della stanza un grande tavolo quattro posti, estendibile da ambo i lati fino a otto posti. Non le piacevano le stanze al piano terra perché troppa gente passa avanti e indietro. Non le piacevano le stanze ai piani intermedi perché sentiva i rumori delle persone accanto, sopra e sotto, nonché i rumori della strada da un lato o della ferrovia dall’altro: all’ultimo piano non ha nessuno sopra e nessuno sotto, poiché fra la mansarda e il sesto piano c’è un solaio e inoltre i rumori del traffico e della ferrovia sono ben lontani. I balconi erano sempre troppo piccoli, adesso ha a disposizione un ampio terrazzo. Il wireless prende dappertutto e, dulcis in fundo, il bagno è dotato di un grande specchio e una doccia con cabina e piatto antiscivolo. Cosa può desiderare di più? Come vede, dottor Stinchi, alla fine siamo riusciti a soddisfare tutti i suoi desideri! Non mi ringrazi e si goda la sua nuova stanza.

Giuseppe, ancora a bocca aperta, non ha altro da opinare: deve accettare con rassegnazione tale sistemazione per tre lunghi anni, ovverosia per l’intera durata del progetto che l’ha dislocato in Genova. Non oserà più chiedere di cambiare stanza, nel timore di essere relegato al seminterrato. “Chi troppo vuole nulla stringe”, recita il saggio detto popolare che trova riscontro in questo racconto-verità che vede protagonista un incontentabile Giuseppe: quando si vuole troppo, senza aver chiaro cosa si desidera veramente, niente ci rende contenti e si vuole sempre di più. Ma nel perseguire la chimera di una sempre più lontana felicità, aumenta il vuoto dentro che rende l’essere umano incapace di stringere con le proprie mani ciò di cui ha veramente bisogno, che magari è lì a portata di mano, ma irraggiungibile quando non si sa apprezzare.

Vito, senza chiedere niente ha ottenuto forse la stanza migliore dell’Hotel a quattro stelle, ma si sarebbe accontentato di molto, ma molto meno. Giuseppe cercherà ancora la sua stanza ideale. Come direbbe forse Einstein: la felicità è relativa, dipende sempre da un semplice, misero e limitato Punto di Vista “assolutamente soggettivo”

Vincenzo Pisano

Scrittore, Musicista, Informatico