Patto d’amore col diavolo

Si chiama Ermenegildo, 50 anni, Gildo per gli amici, o perlomeno per quei pochi che ha. Questo il dramma che lo affligge non poco, in un’età in cui avviene “il giro di boa”, in cui si comincia a tirare le somme della propria vita: le esperienze vissute, gli obiettivi raggiunti, gli errori fatti, i successi, gli insuccessi, i fallimenti, le frustrazioni.

Dotato di grande intelligenza, a dispetto di un percorso di crescita didattico-lavorativa tranquillo e senza grandi squilibri, vive una vita carente di affetti, scapolo da sempre, tutt’altro che felice.

Gildo è un uomo di grande cultura. Ha sempre cercato di emergere in tutti i campi, cultura e arte. Diploma Liceo Classico,  laurea in Lettere, legge tantissimo, dipinge, scrive poesie, è capace di intavolare dotte conversazioni con chiunque, ma è incredibilmente impacciato con il gentil sesso.  Non è un bell’uomo, sul metro e sessanta, naso pronunciato e un po’ adunco, orecchie a sventola, zigomi scavati, spalle strette: caratteristiche per  lui inibitorie nell’affrontare con disinvoltura l’altro sesso. Inoltre indossa un paio di giganteschi occhiali circolari stile “Puffo Occhialuto” che imbruttiscono maggiormente il suo primo piano ed enfatizzano la sporgenza superiore delle orecchie, veste fuori moda e cammina sbilenco.

Quando ha modo di avvicinare una donna attraente, dopo aver elaborato mille strategie di “primo contatto”, dopo una lunga preparazione sulle giuste parole, sugli argomenti più interessanti da scegliere, al dunque… non riesce a proferir parola. Balbetta, s’impappina, tossisce, avanza una scusa e si dilegua. I rapporti col mondo  femminile dunque si limitano a ordinari rapporti di lavoro o di routine quotidiana. A livello inconscio è convinto di essere troppo brutto per destare le attenzioni di una donna  interessante, e questa condizione di vita in stallo lo sta distruggendo nell’io e nell’anima. A nulla valgono gli incoraggiamenti di amici e inviti a buttarsi, a rischiare: male che vada otterrebbe un semplice “no”, ma niente da fare. La sua sindrome leopardiana lo affligge ogni qualvolta si guarda allo specchio, nel bagno di casa, solo con se stesso, consumandosi nella sua crescente disperazione.

Oh Dio! Dio! Perché mi hai punito così? Perché non somiglio né a mamma né papà? Da chi ho preso queste enormi orecchie? dal dottor Spoke? E questo nasone alla Giorgio Gaber?  E questa mandibola avanzata che mi fa somigliare alla strega Nocciola? Adesso sto pure perdendo i capelli invecchiando… 

Urla e inveisce verso lo specchio, contro il suo riflesso. Poi, alzando gli occhi al cielo, implora:

Non so cosa darei per un po’ d’amore, per abbracciare la donna dei miei sogni, per poter esprimere i miei sentimenti senza balbettare, per poter osare senza aver il terrore di un rifiuto. Ma invece no. Sono condannato a questa vita miserabile, prigioniero in questo piccolo esile corpo, e segnato da questo ridicolo volto che suscita velati sorrisi di scherno o di pietà nella gente. A cosa serve tutto il mio sapere, il mio cervello, la mia cultura? A cosa mi è servito studiare la psicologia femminile per poi non riuscire a parlare con una donna? Oh, mio Signore, perché mi hai fatto così? Non ho diritto anch’io alla felicità?

Gildo è in piena crisi esistenziale, osserva il colore neutro delle mura di casa, ove vive da solo, naturalmente. Da quando i genitori son passati a miglior vita e da quando i suoi fratelli si sono sposati, la sua solitudine è diventata più schiacciante che mai. Anche la sua fede fermamente cattolica comincia a vacillare, brutti pensieri aleggiano nella sua provata mente.  Scuote la testa, poi si copre il viso e scoppia in un pianto, tutt’altro che liberatorio.

Da lassù qualcosa si muove, urge un raduno  di Angeli. Ma la maggior parte disertano. I pochi presenti discutono per alcuni minuti le eventuali misure da adottare per scongiurare il gesto estremo di Gildo, ma, analizzando i fatti, concordano nell’aver fatto il possibile e l’impossibile per condurre Gildo sulla strada della felicità, senza risultato alcuno.

Ognuno è padrone del proprio destino – tuona l’Angelo Maggiore – gli abbiamo presentato mille opportunità e le ha tutte sprecate con l’alibi dei suoi difetti  fisici superficiali. Altri in peggiori condizioni delle sue, hanno lottato ed hanno trovato la strada per la felicità. Lui si lascia andare. Chi è causa del suo mal pianga se stesso. Così sia.

Amen – fanno eco gli altri angeli, e il raduno viene sciolto: gli angeli, i pochi rimasti  votati a migliorare la vita di Gildo, hanno gettato la spugna.

Ma non soltanto gli angeli hanno seguito le “gesta” di Gildo: all’altro polo della sfera celeste, ove regna l’oscurità, si tiene il raduno dei demoni, 100% della partecipazione, non manca nessuno. Un’anima in pena è un candidato troppo interessante per annoverare un’altra unità negli inferi che, da un po’ di tempo, languono di nuovi dannati.

Che stiamo aspettando? Scendiamo sulla Terra e convinciamolo a perfezionare le sue ovvie intenzioni – ghigna il Diavoletto della Morte, agitando la sua falce

Non possiamo – ribatte il Diavolo Maggiore che presiede la seduta – non ha mai commesso peccati mortali e, se porta a termine i suoi propositi, sconterà migliaia di anni di purgatorio, probabilmente  incarnandosi in un centinaio di eroi medievali in un percorso sacrificale di redenzione che lo porterà in Paradiso. Lo perderemmo per sempre. Altre proposte?

Induciamolo in tentazione – ghigna il Diavoletto Tentatore

E come? – ribattono in coro altri trenta

La seduta si protrae per un tempo celeste di cento giorni, che si traduce in un tempo terrestre di cento secondi, ma nessuno riesce a formulare un piano, finché…

Io un’idea ce l’avrei…  – avanza deciso il Diavoletto Dispettoso

Alla buon’ora! Fuori l’idea! – tuona il Diavolo Maggiore

Lo faremo diventare irresistibile alle donne, ne avrà quante ne vuole, ovunque…

Ma così uscirà dallo stato di depressione e lo perdiamo per sempre! – ribatte all’unisono la platea

No, perché pss… pss… pss… chiaro? – espone il piano nei dettagli il Diavoletto Dispettoso

Bella idea! E sia. Sbrighiamoci dunque, non abbiamo molto tempo. – conclude il Diavolo Maggiore invitando gli altri diavoli ad avvicinarsi per ascoltare per poi attuare l’idea del Diavoletto Dispettoso.

Così, mentre Gildo sta per attuare il suo proposito, vede riflessa sullo specchio una bellissima figura femminile presente alle sue spalle. Si volta, ma non vede nessuno.

Chi c’è là? – urla sorpreso, dimenticando temporaneamente i suoi propositi – chi sei? Uno scherzo?

Nessuna risposta. Lo specchio torna a riflettere unicamente la propria immagine. Con il cuore in gola corre in tutte le stanze alla ricerca dell’intruso. Verifica che la porta di casa sia chiusa a chiave: lo è, chiave nella toppa, impossibile entrare.

Allora? – urla caricandosi di coraggio, ma tremando come una foglia

Non puoi vedermi – gli risponde un’incantevole voce femminile – torna davanti allo specchio!

E non aggiunge altro. Gildo, dopo essersi guardato intorno, sotto e sopra e dopo aver staccato la spina a tutti gli apparecchi sonori di casa (TV, radio, stereo, etc.), ancora impaurito si dirige al bagno, ove trova nuovamente la stessa figura femminile riflessa, la cui bellezza contrasta fortemente col proprio volto affiancato allo specchio.

Chi sei? Sto sognando o sto impazzendo?

Né l’uno, né l’altro, amico Gildo, sei solo infelice!

E allora cosa vuoi? Pensi che un essere animato incorporeo dalle fattezze celestiali come te possa rendermi felice? Ho già provato con le bambole gonfiabili, ma non funziona!

Il fantasma riflesso esplode in una risata, accompagnata subito dopo da quella nervosa e stridente di Gildo.

Lo vedi come sei simpatico? E che bel sorriso che hai? Se fossi una donna mortale sicuramente avrei desiderio di conoscerti meglio, in profondità, nei tuoi lati nascosti…

Non faresti un bell’affare. Le donne “mortali” mi stanno portando alla morte, cara mia, non mi danno il tempo di farmi conoscere che scappano inorridite dal mio aspetto. E se superano il primo spavento, si dileguano non appena ascoltano la mia voce…

Bugiardo! Sei tu che ti emozioni e scappi!

Certo perché sono ba… babà… babà rum! Uffaaaa!!!

Balbuziente, vuoi dire balbuziente, ma lo sei solo quando ti emozioni. Fino a questo momento non avevi balbettato. Dobbiamo lavorare sul tuo ego!

C… cosa dici? Lavorare su di me?  Fatica sprecata. Dovrei essere rifatto daccapo, o donna olografica.

Vediamo, vediamo. Mumble mumble… Bingo! Ho la soluzione per te!

Cioè? Mi rifai daccapo?

In un certo senso sì. Ti propongo un patto. Leggilo e firma: vai alla tua scrivania.

La figura scompare e Gildo, stizzito ancorché spaventato, si reca alla volta del suo studio. Vede sulla scrivania un rotolo di papiro, un calamaio e una penna d’oca ivi immersa. Legge.

Interessante… Oooooh!… Addirittura… Ma non è possibile… Ma non ci credo… Fosse vero… Ma sì, cos’ho da perdere? dài, firmo!

Gildo, deciso, pone il suo autografo dopo aver letto gli accattivanti capitoli e le allettanti clausole del contratto. O la va o la spacca.

La mattina dopo si alza prestissimo, tre ore prima del solito, seguendo le istruzioni in allegato al contratto, sale in auto, percorre qualche decina di chilometri, approda a un paesino isolato in collina, davanti alla bottega di un parrucchiere che reca la scritta “Il Taglio del Diavolo”. Entra, non fa in tempo a presentarsi:

La stavamo aspettando signor Gildo, prego si accomodi! Mi chiamo Luciferus e siamo qui per servirla!

Ce… certo… b… buongiorno! Mi siedo qui? Ma non c’è lo sp… lo sp… specchio…

Non si preoccupi! Si specchierà a trattamento ultimato. Le ruberemo soltanto un’ora del suo prezioso tempo.

Viene presto avvolto da un tovagliolo rosso fuoco, circondato da Luciferus e due nani: ognuno ha un compito ben preciso. Si sente afferrare alle braccia, alle mani, poi alle gambe. Luciferus, con l’aiuto dei due nani, opera una serie di trattamenti a mani, piedi, gambe, viso e capelli. Dopo appena un’ora di lavoro, Luciferus richiama l’attenzione del cliente “speciale”:

E Voilà! – esclama Luciferus, strappandogli via il drappo rosso e invitandolo a seguirlo per condurlo davanti ad uno specchio.

Gildo asseconda l’acconciatore, raggiunge una stanzetta  e si specchia davanti ad un gigantesco specchio ovoidale d’epoca settecentesca che riflette tutta la sua persona.

Oooooohhhh! Ma quello… quello… sono io?

Certo monsieur, qualche piccolo ritocco qua e là, ma è sempre lei!

Non ci posso credere! Le mie gambe non sono più storte… le mie mani… il mio viso… mi sembra pure di essere più alto con queste scarpe… ma cosa… e come avete fatto?

Mah, niente di speciale! Una raddrizzatina alle gambe, scarpe speciali che aumentano la statura di 8 cm, curato l’alluce valgo, gonfiato un po’ i muscoli su spalle, omero, bicipite, tricipite, quadricipite e torace, cambiato il taglio di capelli per riempire il vuoto delle orecchie a sventola, assottigliate e separate le sopracciglia unite che la facevano somigliare a “la Bestia” della favola, pulite e tagliate le unghie sporche, una spruzzata di uno spray speciale in gola per migliorare la voce, mento e naso vanno bene così, nel nuovo contesto danno un tono di macho nell’insieme!

E la mia voce? Sembra cambiata…

Questo spray è miracoloso, signor Gildo: una spruzzata, e le corde vocali si armonizzano, inoltre non balbetterà più.

E questo vestito… dove sono finiti i miei abiti?

L’eleganza al primo posto, signor Gildo. I vecchi abiti le conferivano vintage anzitempo, nero e grigio insieme spengono l’individuo. Colori chiari e spumeggianti, ben accostati, senza scadere nel kitsch, rendono l’uomo più frizzante.

E gli occhiali? Non sono più gli stessi… questi a goccia sono bellissimi, ci vedo meglio  e mi stanno benissimo… quasi non mi sembra di indossarli…

Certo signor Gildo, montatura Chanel e lenti Zeiss, fotocromatici, antiriflesso, antigraffio, il top. Via quelle orrende montature circolari di suo nonno.

Quasi non mi riconosco… ma tutto questo mi costerà una fortuna ed io non…

Lei non deve preoccuparsi, Gildo. E’ tutto compreso nel contratto!

Ah… sì… il contratto! Bene! Allora grazie e… ci vediamo!

Ossequi, signor Gildo e mi raccomando: da oggi lei è un uomo nuovo, si goda la vita come merita!

Gildo saluta e ringrazia, anche se un po’ perplesso. Guarda l’orologio ed è in perfetto orario per recarsi al lavoro. Contentissimo del suo nuovo look si gongola, immaginando la faccia dei colleghi,  curioso delle impressioni che susciterà, soprattutto sulle colleghe. Parcheggia, si accorge di essere in anticipo e decide di allungare il tratto di strada a piedi che lo separa dal posto di lavoro, passando da una strada ricca di negozi. Strada facendo si accorge di aver catturato inusuali sguardi femminili perlopiù sconosciuti. Preoccupato, china la testa e si rinchiude nel soprabito temendo di dare nell’occhio per qualcosa di strano che possa sortire la sua figura. Si sofferma davanti alla prima vetrina a specchiarsi per verificare se ha qualcosa di scombinato. Si guarda e si riguarda, si gira e si rigira, si compiace con se stesso muovendosi con stile e nonchalance. Sembra essere tutto a posto, anzi, non è mai stato così elegante e ben messo. Una commessa dall’interno lo nota, molla il cliente che sta servendo, esce e richiama la sua attenzione.

Hey, signore, ma che bel look! Posso aiutarla?  La prego, venga dentro!

Gildo trattiene l’istinto di scappare, disabituato com’è a simili approcci dal mondo femminile, ma prende respiro, si concentra e risponde senza balbettare:

Certamente, gentil donzella, come resistere a un invito così sorridente costellato da occhi meravigliosi e bocca sorgente di voce così dolce?

La ragazza reagisce piacevolmente sorpresa dalla loquela del potenziale cliente, ma rimane sorpreso pure Gildo: donde saltavano fuori quelle bellissime parole? Sì, è un uomo colto, ma fin adesso non aveva avuto mai modo di collaudare sul campo la sua profonda cultura letteraria.

Accidenti che uomo galante! Prego, si accomodi, le mostreremo i nostri migliori modelli! Un signore così colto e gentile non capita tutti i giorni!

Gildo, lusingato e affascinato dalla leggiadra commessa, entra e prova decine di abiti, guidato dalla “gentil donzella” che lo induce a comprare 3 completi classici, due casual e uno sportivo.

Una persona del suo stile deve avere con sé un repertorio d’abbigliamento di gran stile! – dice la commessa rivolgendosi a Gildo e ammiccando – farà la felicità della sua signora!

Veramente io non… ehm… non sono sposato e…  neppure fidanzato!

Ohhhh un uomo così affascinante è single? Che meraviglia, questo è il mio numero di telefono! Chiamami stasera dopo le diciannove. Mi chiamo Franca.

Gildo non crede alle sue orecchie: le attenzioni di una giovane e bella donna rivolte senza indugio alla sua persona, mai successo. Eppure non ha fatto niente di insolito rispetto al suo standard. Ah già… la sua nuova personalità. Ma possibile che poche semplici parole e un rinnovato look possano aver fatto la differenza? Gildo si lascia trascinare dall’istinto e, con un movimento lento, prende dolcemente la mano della donna, s’inchina e si avventura in un galante baciamano:

Très enchanté, madame!

Sei proprio un uomo d’altri tempi. Non vedo l’ora di conoscerti meglio. Qual è il tuo nome?

Mi chiamo Ermenegildo, Gildo per gli amici, il piacere è tutto mio. Allora a stasera Franca, bellissimo nome, di origine tedesca, e significa “Persona Libera”.

D’istinto fruga nella tasca ed  estrae un bigliettino da visita col suo nome, cognome, indirizzo e numero di telefono.

I due si salutano con sguardi di complicità, e Gildo finalmente riesce a recarsi al luogo di lavoro, dove l’attende un’altra sorpresa.

Desidera? – viene fermato alla reception dalla solita guardia giurata che, ovviamente, non l’ha riconosciuto

Agostino! Non mi riconosci? Sono Gildo!

Gildo? Ma…che mi venga un colpo! sei irriconoscibile! Complimenti! Mi stavo chiedendo chi fosse questo bel fico e…  di certo non mi aspettavo… ehm… cioè.. voglio dire…

Vuoi dire che non ti aspettavi che sotto questo nuovo look ci fosse il solito orrendo Gildo, vero?

Scusami, Gildo, non volevo dire che… insomma… voglio dire che sei sempre tu, ma stai benissimo, ecco! – replica come può Agostino, arrampicandosi sugli specchi

Certo, certo, come no. Tranqui Agostino, sono sempre io.

Gildo saluta la guardia giurata, entra in ascensore, prenota il 6^ piano. L’ascensore si ferma al primo. Salgono quattro bellissime donne sconosciute.

Ci entriamo tutte? – esordisce l’ultima entrante, spingendo e comprimendo gli occupanti

Ceeeeerto che ci entriamo! – risponde un’altra, mentre sta squadrando Gildo da cima a fondo.

Eccooome se ci entriamo! – aggiunge una terza strizzando l’occhio alle altre

Che piano, ragazze? – chiede gentilmente Gildo avvicinando il pollice alla pulsantiera posta alla sua sinistra di lato

Avete sentito? Ci ha chiamato “ragazze”, ma che galante! Sesto piano anche noi, non è vero, “ragazze”? – rinforza la dose la quarta.

Gildo si accorge di essere bersaglio dell’attenzione delle quattro donne e si sente pressato anche fisicamente.  Fortemente imbarazzato schiaccia il bottone numero 6 ,  sguardo verso il basso. Mentre cerca di ritrarre il braccio aderente la parete, non può far a meno di sfiorare il seno abbondante della più vicina strategicamente avvicinato alla parete in questione, mentre il sedere di un’altra gli si pone proprio davanti all’altezza giusta. Le “ragazze” sogghignano, Gildo non è mai stato così imbarazzato, arrossisce. Vorrebbe sparire piuttosto che soccombere all’inevitabile reazione corporea  suscitata dalla pressione della ragazza di spalle che imprime sul suo corpo proprio sulla parte maschile eroticamente più sensibile. L’ascensore ferma al secondo piano. Nessuno sale. Poi al terzo e ancora al quarto, quindi al quinto. Le donne, divertite, premono sempre più su Gildo e si muovono palpandolo continuamente in tutte le parti, in maniera poco ortodossa: una delle quattro, senza farsi accorgere, con la schiena aveva schiacciato tutti i bottoni della pulsantiera, per prolungare il viaggio. Forse il profumo di Ginepro nero e il nuovo look di Gildo avevano sortito effetti sconvolgenti in quel piccolo universo a “schiacciante” maggioranza femminile. Finalmente l’ascensore ferma al sesto piano e Gildo sospira sollevato: il viaggio che pareva essere il più lungo e più imbarazzante della sua vita pare finito. Esce dall’ascensore,  mezzo spogliato e cerca di ricomporsi come può, più velocemente possibile.  Ma l’andito antistante l’ascensore è popolato da decine di occhi indiscreti che puntano prima la sua camicia ancora fuori dei pantaloni, poi in direzione sotto cintura ove ancora permane un’evidenza collinare; infine le quattro donne, che lo salutano ridendo divertite. L’ascensore finalmente si richiude, le quattro donne calorose al suo interno che, ovviamente, non dovevano scendere al sesto piano, mentre Gildo finisce di ricomporsi evitando gli sguardi curiosi e giudici.

Finalmente raggiunge l’ingresso della sua azienda, passa il badge, entra e si dirige verso  la sua postazione di lavoro. Può finalmente sedersi e accendere il PC. Un altro sospiro di sollievo e può iniziare la sua routine quotidiana, a quanto pare senza sorprese di rilievo, finché, nel tardo pomeriggio:

Buonasera, è lei il signor Ermenegildo De Lorenzi? – distoglie l’attenzione dalle sue attività una signora elegante, capelli rossi, un metro e sessanta, bella corporatura, elegante, sulla quarantina

Sono io, signora, ma mi chiamano tutti Gildo – risponde prontamente, affascinato dalla bella presenza femminile della gentile ed educata sconosciuta, la prima donna “normale” della giornata – in cosa posso esserle utile?

Mi chiamo Filomena, sono la nuova ragioniera, mi è stato detto che dovrò lavorare con lei

Ah, una collega dunque, ma la prego si accomodi alla scrivania frontale, finisco e sono subito da lei

Poi esita un attimo, incantato da quegli occhioni castani smarriti, e continua:

Se per te non è un problema, possiamo darci del tu, collega Filomena e tutto diventa più semplice

Grazie, Gildo, lo preferisco, chiamami pure Lomy, e diventa ancora più semplice

Nessun ammiccamento, nessuna smorfia, finalmente una donna normale, almeno nell’ambiente lavorativo.

Vieni Lomy, siediti pure accanto a me, ti illustro adesso in cosa consiste il mio, cioè il nostro lavoro

Così, finalmente Gildo può prendersi una pausa dagli inspiegabili “assalti” femminili delle ultime ore ed avere un rapporto ravvicinato con l’altro sesso senza sospiri, né effusioni, né intrighi: un semplice e formale rapporto di lavoro. La giornata si svolge normalmente fino alla pausa caffè.

Posso offrirti un caffè, Lomy? Abbiamo lavorato ininterrottamente e vedo che apprendi velocemente. Da domani puoi essere già autonoma

Grazie, volentieri Gildo. Sei bravissimo a spiegare, ho capito proprio tutto e con facilità

Merito della tua intelligenza pari al tuo fascino, collega!

Solo in quel momento Gildo crede di aver fatto una gaffe, oramai entrato nel personaggio “che incanta”, anche se da poco tempo.

Oh scusami Lomy, mi sono permesso, forse sono stato un po’ avventato e impertinente…

Ma figurati, sono abituata a ben altro, purtroppo, la tua galanteria è molto gentile ed educata. Grazie, Gildo mi fai arrossire.

Posso farmi perdonare offrendoti un gelato fra poco, all’uscita dal lavoro? Io abito qui vicino, svoltando subito a destra, in fondo al viale, la terza a sinistra. A metà strada, sul lato destro del bar c’è la gelateria…

“Da Rolando”, la conosco benissimo, Gildo. Io abito non lontano da te, la terza a sinistra in fondo al vialetto. Possiamo fare la stessa strada, dunque!

Colleghi e vicini, ma che fortuna! Sarò felice allora di riaccompagnarti a casa dunque!

La giornata volge al termine, così Gildo e Lomy rientrano a casa, previa sosta alla gelateria “Da Rolando”. Un gelato, due chiacchiere discrete, poi di nuovo fuori, stessa strada verso casa.  I due camminano lungo il viale vicini e discreti, senza dare nell’occhio, raccontandosi di tutto e di più, ognuno della propria vita e delle proprie esperienze. Svoltano poi l’angolo della “terza a sinistra”.

Bene, Lomy, questa è la strada che ci conduce a casa. Ecco vedi? Quella sulla destra e casa mia e… e… ma che… chi… chi è quella…?

Cosa succede Gildo? Sembra tu abbia visto un fantasma!

Istintivamente la donna, quasi impaurita, gli prende la mano stringendogliela forte e attaccandosi a lui, mentre si dirigono affannosamente verso l’abitazione di Gildo.

Ma bravo Dongiovanni! Così eri single eh? Ed io che aspetto ancora la tua telefonata e da un’ora suono il tuo campanello! Ma sapevo che prima o poi dovevi rientrare! Adesso te la do io la galanteria, ti ho capito sai? sei un provolone, altro che galantuomo!

Ma chi è questa donna così rabbiosa e irruente? Finalmente Gildo, schivando prima un calcio, poi un’ombrellata, per soccombere poi alla mitraglia di pugni della donna, ricorda:  è Franca. La focosa commessa del negozio, che avrebbe dovuto contattare telefonicamente alle diciannove, e adesso sono passate le venti.

Perdonami, Franca, l’avevo dimenticato! – cerca di scusarsi Gildo mentre cerca di difendersi, ma senza reagire

Tutti uguali voi uomini! – insiste Franca, colpendolo ancora più duramente

Adesso basta signorina! – interviene decisa Filomena, cercando di frenare la furiosa Franca, togliendole l’ombrello di mano con un gesto deciso e repentino e invitandola a calmarsi

E tu chi sei, troia appassita, la sua guardia del corpo?

No, signorina. Sono la collega di Gildo, abitiamo vicini e stavamo rientrando a casa. Non capisco la sua furia e la sua intemperanza

Si, certo, a casa di chi? A casa tua o sua? Ma come ho fatto a innamorarmi di questo vile pusillanime che nemmeno sa difendersi! Si finge timido per poi agganciare e illudere le donne!

No, Signorina. Quest’uomo che ho conosciuto oggi, ha una nobiltà d’animo non comune, la sta rispettando, come vede: le ha chiesto scusa e lei l’ha aggredito come fosse un bastardo criminale. Lo sta picchiando a sangue e lui non risponde. Poi ha offeso me, che non mi conosce, quanto basta per capire che lei è una cagna in calore che non merita le attenzioni di quest’uomo né di nessun altro. Continui così e rimarrà sempre sola perché lei è incapace di essere gentile: lei merita gli uomini del tipo che crede di ravvisare in Gildo e vada tranquilla: il mondo ne è pieno e la stanno aspettando. Ha perso un’occasione per imparare. Adesso se ne vada prima che io chiami i carabinieri e la denunci per aggressione e calunnia, abbiamo avuto fin troppa pazienza con lei!

La ragazza stupita e impaurita dalla fermezza della donna, come si suol dire, “alza i tacchi e sgomma”. Gildo si rialza, pieno di lividi, frastornato come fosse stato investito da un treno. Filomena lo aiuta e lo tranquillizza:

La furia ciclonica se n’è andata, Gildo, adesso puoi tornare a respirare. Ma dimmi: sono tutte così le tue amiche? Spero tu non abbia anche dei nemici!

Grazie, Lomy, mi scuso anche con te, ma io non sapevo… non avevo idea… non so che dire e…

Non devi dire niente, Gildo, adesso vieni a casa mia, ti curo le ferite, poi ceniamo insieme e mi racconti le tue avventure disastrose da Dongiovanni. So ascoltare sai?

Ma Lomy… dopo tutto quello che hai sentito… la Franca… ti fidi di me?

Non dovrei? E poi, cosa dovrei temere? Siamo colleghi no? Non puoi scappare da nessuna parte! Dai, vieni, appoggiati a me, sono solo trecento metri, anche così malconcio ce la puoi fare. Sono anche una brava infermiera, sai?

Anche? E… cos’altro?

Lo scoprirai! Dài, andiamo!

I due, abbracciati si eclissano e scompaiono dalla scena dietro un portone che conduce all’appartamento di Filomena, l’unica che, malgrado le apparenze di uomo fatale ha intravisto in Gildo quel tipo di persona più uomo che macho, l’uomo nobile capace di parole gentili che non usa violenza e non reagisce alla violenza con la violenza. Gildo ha trovato la sua nuova e giusta dimensione, non per merito del nuovo look, ma della sua umanità e nobiltà d’animo, doti che ancora oggi riescono a far breccia nel cuore di qualche donna sensibile in tal senso. Forse ci sarebbe riuscito anche senza il nuovo look, chissà, avrebbe conosciuto comunque Filomena, un amore nascente a pochi passi da casa sua, anche senza lo zampino del diavolo. A proposito di diavolo: cosa succederà nel regno degli Inferi, adesso che il piano diabolico è sfumato?

Luciferus, il Diavolo Maggiore è furioso. Convoca d’urgenza un raduno straordinario.

Diavolo Dispettoso! Cosa non ha funzionato? Cos’hai da dire a tua discolpa?  Ci avevi garantito che il tuo piano era a prova di bomba. Ci avevi convinto che la carica ormonale di Gildo conseguente ai suoi successi estremi con le donne l’avrebbe indotto in tentazione, quindi al peccato mortale, grazie alla compiacenza di donne facili, che in quest’epoca non sono difficili da trovare. Come hai potuto fallire? Avanti! Parla!

Ecco, maestro… in effetti sapevo che sarebbe andata a finire così… Credo che Gildo fosse l’unico uomo nobile rimasto su questa Terra, e che anche per questo era così frustrato…

E allora? Aspetta… vuoi dire che…

Sì… mi sono impietosito… e poiché io sono un Diavoletto Dispettoso, dovevo fare il dispetto più bello della mia infinita vita e l’ho fatto a voi tutti, famelici di anime deviate. E ci siete cascati, perché voi pensate sempre alle pentole, mai ai coperchi

E quest’affermazione gli costerà una condanna esemplare a mille anni di incarnazione in anime pie che subiranno i peggiori martìri, ma Diavoletto Dispettoso è tranquillo: mille anni dureranno solo mille minuti, ma sicuramente ne è valsa la pena: passerà alla storia come il primo Diavolo che mette un coperchio.

Vincenzo Pisano

Scrittore, Musicista, Informatico