Il fantasma di Canterville

Gira voce che, da tre secoli or sono, tra le mura del castello di Canterville abiti un fantasma. A lungo disabitato, a causa di questa presenza indesiderata, il castello viene acquistato, alla fine del XIX secolo, dagli Otis, una ricca famiglia americana incurante della leggenda.

Il fantasma si dà immediatamente da fare per terrorizzare i suoi nuovi coinquilini, ma non tarda a ritrovarsi in svantaggio rispetto a loro, essendo spesso vittima dell’indifferenza degli adulti e delle burle dei piccoli

“Mai, in una brillante e ininterrotta carriera di tre secoli, era stato così villanamente insultato. […] E dopo tutto questo dovevano arrivare dei miserabili americani moderni a offrirgli il Lubrificante Sole Nascente e a lanciargli cuscini in testa!”

L’unica ad essere dalla sua parte sarà Virginia Otis, la sorella dei dispettosi bambini.

Questo racconto è un’imitazione, una “parodia”, diremmo oggi, delle grandi opere appartenenti al genere horror-fantascientifico: l’autore prende ispirazione dalle classiche storie di fantasmi per mettere a confronto la cultura inglese, con le sue tradizioni, i suoi riti e le sue leggende, e quella americana, più moderna e materialista.

Sebbene alcune scene gli diano dei tratti horror “uscì furtivamente dal rivestimento in legno, con un sorriso maligno sulla bocca crudele e storta, e la luna nascose la propria faccia dietro una nube quando egli sgattaiolò davanti al grande bovindo, dove c’erano i blasoni in azzurro e oro delle sue stesse armi e di quelle della moglie assassinata“, possiamo classificare questo racconto nella categoria degli umoristici: la lettura è, infatti, resa divertente e leggera dalla narrazione del singolare rapporto di convivenza tra gli Otis e il loro ospite.

Le descrizioni dei personaggi ci permettono di capirne il ruolo, positivo o negativo, e a volte il modo di essere, senza mettere a fuoco eccessivi dettagli “Ad attenderli sui gradini di casa c’era un’anziana donna, che indossava un semplice abito nero di seta, con una crestina e un grembiule”.

Le ambientazioni, in gran parte ordinate e poco movimentate, ma di tanto in tanto cupe per rendere l’atmosfera adatta all’horror, sono delineate dettagliatamente: le loro descrizioni coinvolgono tutti i sensi e fanno sentire il lettore come un personaggio interno alla storia, che coglie ogni particolare in ciò che lo circonda “Era una bellissima sera di luglio e l’aria aveva un delicato profumo di pineta. Ogni tanto si udiva una tortora che rimuginava sulla sua stessa dolce voce oppure si intravedeva il brunito petto di un fagiano in mezzo alla frusciante felce. Piccoli scoiattoli li scrutavano dall’alto dei faggi mentre passavano, e i conigli si dileguavano nel sottobosco e sui poggi muscosi, con le code bianche ritte in aria”.

Nel parlare, i personaggi utilizzano frequentemente un linguaggio formale, ma allo stesso tempo semplice, probabilmente legato al contesto storico in cui il testo è stato realizzato. Le sequenze dialogiche compaiono per alleggerire l’atmosfera, con frasi di media lunghezza che rallentano la narrazione, non rendendola, però, noiosa e faticosa. Sono fondamentali al lettore per comprendere la vicenda, poiché esprimono molte idee e intenzioni dei personaggi, che non conosceremmo se i dialoghi non fossero riportati.

Il narratore è onnisciente, in quanto conosce tutto ciò che avviene nel castello, anche prima dell’arrivo degli Otis. Si limita a descrivere fisicamente i personaggi e gli ambienti e a riportare i dialoghi, non esprimendo le sensazioni e i pensieri di tutti i personaggi.

Pur non essendo un’amante di questi due generi, la loro combinazione mi ha affascinata e stupita allo stesso tempo. Il risultato è degno di essere letto.

Giulia Cassia