Il gigante dormiente

La cresta appenninica del Gran Sasso d’Italia (2.912 m., la vetta più alta degli Appennini dell’Italia peninsulare) ravvisa nitidamente il profilo di un “Gigante che dorme”. Secondo un’antica leggenda sarebbe il Titano Ermes, figlio di Maja e di Zeus, che si staglia, maestoso, nel cielo infuocato.

Maja era la maggiore e la più bella delle Plejadi, le sette mitologiche ninfe figlie di Atlante e Pleione. Per la sua bellezza fu amata da Zeus e dall’unione con il re degli Dei nacque il meraviglioso Ermes, il Titano.

Il giovane, diventato talmente grande da non essere chiamato più con il suo nome, ma semplicemente “Il Gigante”, fu gravemente ferito nella battaglia di Flegra (la località della Tessaglia, in cui i Titani avevano tentato la scalata all’Olimpo – cfr. Virgilio Georg. I 278-283; Ovidio Met. I 151-162; Stazio Theb. II 595 ss). Nonostante le gravi ferite, riuscì a tornare a casa, sfuggendo ai nemici che lo inseguivano.

La madre, per cercare di salvare l’adorato Ermes, si rivolse a un oracolo, il quale predisse: “Tuo figlio potrà salvarsi solo se sarà curato con un’erba miracolosa, che nasce al di là del mare, su una montagna altissima, ai piedi di un Grande Sasso”. Maja caricò il figlio ferito su un carro e insieme ad alcuni servi partì alla ricerca dell’erba miracolosa. Lasciarono la Frigia su una piccola nave e dopo alcuni giorni di drammatica navigazione a causa del mare agitato, quando già si intravedeva la costa, una gigantesca onda distrusse l’imbarcazione e tutti i servi annegarono. Maja, che era un’abile nuotatrice, riuscì ad aggrapparsi a un grosso frantume di legno che le capitò vicino e tenne miracolosamente a galla il gigante Ermes fino all’approdo sulla spiaggia di Orton (l’odierna Ortona). Dopo aver chiesto informazioni a un vecchio pescatore, la giovane donna si caricò l’adorato figlio moribondo sulle spalle e, curva sotto l’immane peso, si mise faticosamente in cammino verso i maestosi monti che si stagliavano all’orizzonte.

Attraversò boschi, dirupi e vallate e finalmente giunse sulla magica montagna ai piedi del Grande Sasso. Ma, ahimè, il terreno era coperto da così tanta neve, che ogni tentativo di trovare l’erba miracolosa fu vana. E l’amato figlio, vinto dalle molteplici ferite, le strinse amorevolmente la mano e spirò tra le sue braccia.

Distrutta dal dolore, Maja vegliò a lungo il corpo senza vita di Ermes. Poi, con immensa fatica, lo portò fin sulla cima del Grande Sasso e ivi lo adagiò, affinché fosse il più possibile vicino al cielo. Dopo il distacco dal figlio, presa dalla disperazione, cominciò a vagare per giorni e giorni tra i monti innevati, senza una meta. Una sera, mentre infuriava la bufera, trovò rifugio in una piccola grotta. Al risveglio aveva smesso di nevicare e grande fu la commozione di Maja quando, uscendo dalla grotta, vide sulla sommità dell’alto monte posto a settentrione, il Grande Sasso, il gigantesco corpo dell’adorato Ermes che, ammantato fino alle spalle da una spessa coltre bianca, sembrava solo addormentato, mentre il suo viso si stagliava con nitidezza nell’azzurro del cielo. Maja non lasciò più quella grotta che la faceva sentire tanto vicina al figlio e spesso, di notte, si alzava per cercare di scorgere il viso dell’amato ‘Gigante’ risplendere al chiarore della luna.

Quando Maja morì, i pastori la seppellirono nel luogo dove aveva vissuto per tanti anni e, per immortalarne la memoria, chiamarono il grande massiccio montuoso “Majella“. In seguito il popolo abruzzese onorerà quel monte, Gran Sasso d’Italia, eleggendolo a simbolo della propria terra e identificandolo con il significativo nome di “Montagna Madre”.

Ancora oggi i pastori raccontano che sulla Majella, quando infuria la bufera, insieme all’urlo del vento e all’ululato dei lupi, sembra di sentire anche il grido disperato di Maja che invoca il figlio Ermes.

La Majella, con i 2.795 m. del Monte Amaro, è la seconda montagna più alta dell’intera catena appenninica, sopravanzata solo dal maestoso Gran Sasso (2.912 m.), soprannominato fin dalla notte dei tempi “il Gigante che dorme” appunto perché sulla sommità è facilmente distinguibile, soprattutto per chi guarda da levante, la sagoma del titano Ermes – figlio della bellissima ninfa Maja e di Zeus, re degli Dei – disteso nel placido sonno eterno.

Chi viene in Abruzzo e guarda, rapito, la maestosa catena del Gran Sasso d’Italia e l’imponente massiccio della Majella, è convinto di ammirare solo spettacolari ammassi di dura roccia, che custodiscono verdi boschi, immensi altopiani, impetuosi corsi d’acqua, suggestivi borghi medievali, stupende abbazie, antichi eremi e inespugnabili castelli. Non sa che i due monti sono anche parte e custodi eterni della struggente leggenda che narra l’immenso amore di una madre per lo sventurato figlio.

Tratto dai racconti mitologici dell’Antica Grecia

Vincent

Poeta, Scrittore, Musicista

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